La piantina dell’edizione 2026 di Art Basel a Basilea (18-21 giugno) ben rappresenta lo stato di salute attuale del mercato dell’arte moderna e contemporanea. Al piano terra, sin dalle prime ore dell’anteprima riservata ai collezionisti, martedì 16 e mercoledì 17 giugno, sono state registrate numerose vendite per opere d’arte blue-chip. I collezionisti venuti a vedere le 290 gallerie da 43 paesi erano per la maggior parte europei, ma c’erano anche vari americani e asiatici (in totale la fiera ha accolto 90 mila visitatori, di cui 270 rappresentanti di musei e fondazioni). L’iniziativa “Basel Exclusive” è stata ben accolta sia da un lato che dall’altro, tanto che l’offerta si è concentrata su opere rare e importanti – sebbene solo una galleria, tra quelle da noi intervistate, abbia tenuto ben sei opere fuori dalle preview inviate in pdf, le altre solo una. Comunque si è scatenata una piccola caccia al tesoro che ha dato i suoi frutti.Domande di approfondimento generate da 24Ore AINairy Baghramian sulla Messeplatz di BasileaLe opere blue-chipLe gallerie del piano inferiore hanno puntato su opere più storicizzate. Per esempio, l’approccio di Gagosian è stato: meno opere, più importanti e, infatti, nel giro della prima, ora ha venduto ad un collezionista asiatico un tardo De Kooning per un valore a sette cifre (più vicino alle otto cifre), mentre una larga parte dello stand era riservata ad una monumentale “Reclining Figure” di Henry Moore del 1972-73 (quelle che all’asta fanno le cifre più elevate, tra i 25-35 milioni di dollari). In galleria, invece, ha mostrato opere più contemporanee, notando un incredibile interesse per le pittrici di varie generazioni, dalla Frankenthaler (in mostra al Kunstmuseum) a Jenny Saville, Jadé Fadojutimi e Rachel Feinstein. Stessa strategia allo stand di Hauser & Wirth, dove il primo giorno l’offerta propendeva sullo storico, per esempio, con un dipinto di Gris che ha segnato la nascita del Cubismo, proposto a più di dieci milioni di dollari. Il secondo giorno, l’equilibrio si è spostato sul contemporaneo. Entro le quattro del primo pomeriggio ha venduto 35 opere, tra cui “Le peintre et son modèle dans un paysage” (1963) di Pablo Picasso ad un prezzo richiesto di 35 milioni di dollari (sembra questa sia stata la vendita col valore più elevato della settimana), ma anche un’opera da 600 mila euro ad un collezionista svizzero di Nairy Baghramian, artista tedesco-iraniana invitata quest’anno per il progetto sulla Messeplatz.Lo stand della NordenhakeAnche Pace ha venduto il primo giorno almeno 22 opere e il giorno dopo forse di più, tra cui due edizioni di scultura di Lynda Benglis da 1,4 milioni di dollari ciascuna. Nei giorni precedenti all’inizio della fiera, la galleria ha fatto notizia per il taglio di 50 artisti e 50 dipendenti. Ma la decisione sembra aver risposto ad una ben determinata strategia, e cioè quella di una maggiore concentrazione sull’essenza del programma – in un contesto difficile in cui è diventato chiaro che la crescita in sé e per sé non è sostenibile – andando a focalizzarsi sugli artisti che costituiscono il nucleo del programma e allontanandosi da quelli con cui i legami sono meno forti, o che hanno comunque già una rappresentanza.La fascia mediaMa salendo al piano superiore, l’atmosfera cambiava e l’entusiasmo era un po’ smorzato. “Non è l’anno migliore, c’è molta esitazione” ha dichiarato Claes Nordenhake, che quest’anno celebra il 50° anniversario della galleria e di acqua sotto i ponti ne ha vista passare, così come di crisi del mercato. “Le blue chip stanno andando bene, perché a quel livello l’arte rappresenta agli occhi dei compratori un investimento sicuro, ma nella fascia tra 50 mila euro e sotto il milione, si fa più difficoltà. I collezionisti sono colpiti dai problemi politici, soprattutto, da Trump e dalla crisi in Iran. Di fronte alle crisi, il mercato dell’arte non crolla (ben peggiore è stata quella del 1991, seguita da quella del 2008), ma i prezzi scendono. Negli anni 90, per esempio, la conseguenza è stata l’inizio della politica degli sconti del 10%, che oramai è diventata un’abitudine”. Nonostante ciò, anche Nordenhake ha registrato delle vendite già il primo giorno, tra cui un’opera di Stanley Whitney, “The Ace of Hearts” (2026), da 450 mila dollari, una di Sarah Crowner, “Jaunesse” (2025), da 150 mila dollari, entrambe vendute ad americani, e una di Lap-See Lam, “Raft, Mandarin (III)” (2026), in questo momento in mostra all’Henie Onstad Kunstsenter di Oslo per aver vinto il 2025 Lise Wilhelmsen Art Award (30 mila euro, venduta ad un’istituzione norvegese).Lo conferma la galleria Fortes D’Aloia & Gabriel, che pure quest’anno festeggia un anniversario, 25 anni, tanto che il primo giorno per celebrare ha esposto 25 opere (sono loro che ne avevano ben sei come “Basel Exclusive”, tutte vendute). “Ieri abbiamo avuto ottime vendite” ha affermato Alexandre Gabriel, partner director, “ma in generale si sente che il ritmo è diverso: i collezionisti si prendono più tempo, non c’è quel senso di urgenza nel chiudere gli affari – il che non è necessariamente un male, è solo un tempismo diverso per la fiera. Le vendite ci sono, ma richiedono più impegno, più tempo e più attenzione. È sicuramente un mercato più favorevole all’acquirente, sono i collezionisti a dettare il ritmo”. Tra le vendite della prima ora ci sono stati un collage di Beatriz Milhazes da 245 mila dollari, una installazione a muro di Ernesto Neto da 70 mila e dei dipinti di Marina Rheingantz (80 mila dollari) e Janaina Tschäpe (65 mila dollari).
Art Basel: forti le blue-chip, esitazione nella fascia media
Buone le vendite, anche se più lente sotto il milione. Collezionisti da Europa, Usa e Asia












