È attualmente in corso a Basilea quella che viene unanimemente considerata la più importante fiera d’arte contemporanea al mondo. Art Basel al suo esordio nel 1970 aveva riunito novanta gallerie provenienti da dieci Paesi, sedicimila i visitatori. Da lì in avanti il crescendo è stato inarrestabile: lo scorso anno i visitatori sono stati ottantottomila, le gallerie 249 i Paesi rappresentati quarantadue. Ma non è tutto. Art Basel è oggi considerato il brand di riferimento per l’intero settore, oltre all’edizione di Basilea gestisce Art Basel Qatar (febbraio), Art Basel Hong Kong (marzo), Art Basel Parigi (ottobre), Art Basel Miami Beach (dicembre). Come sia stato possibile che un evento commerciale nato in una cittadina di meno di duecentomila abitanti, collocata all’estremo nord-est della Svizzera, abbia acquisito tale rilievo è ciò che cercherò di spiegare nelle righe che seguono.

La Federazione svizzera non possiede un patrimonio artistico nemmeno lontanamente paragonabile a quello di altri Paesi europei, la città renana non ha la “stazza” di New York, di Parigi o Londra, nemmeno di Firenze, Milano o Roma, tuttavia è una città altamente industrializzata, specializzata soprattutto – nell’ordine – in farmaceutica, chimica, biotecnologie, finanza e logistica. Comprendere le dinamiche che hanno portato a un tale successo non è impresa da poco, perché a Basilea il peso dell’arte contemporanea è profondamente innervato nella struttura economico-sociale della città. Art Basel è l’epifenomeno, ma al suo fianco si muovono oltre alle istituzioni pubbliche (in prima linea il Kunstmuseum e il Museum Tinguely), le straordinarie corporate collection delle holding farmaceutiche Roche e Novartis, pilastri del cluster farmaceutico basilese. Come se non bastasse, Basilea vanta alcune fondazioni private di livello internazionale, costruite come piattaforme culturali tanto per la cittadinanza quanto per visitatori provenienti da ogni parte del mondo.