Kevin Warsh ha fatto il suo debutto alla Federal Reserve, senza però regalare i toni da colomba che si sarebbero potuti attendere nei mesi scorsi. D’altronde l’inflazione resta un tema chiave, nonostante la recente frenata del prezzo del petrolio. Numeri alla mano i banchieri americani hanno mantenuto i tassi fermi nella forchetta fra il 3,50% ed il 3,75%, con un voto all’unanimità da parte dei 12 membri votanti del FOMC, il braccio di politica monetaria della Banca centrale americana. Da notare, però, come 9 di essi si attendano almeno un incremento al costo del denaro entro la fine del 2026 e 6 ben due (da 0,25% ciascuno). Complessivamente i toni del meeting sono quindi risultati più da falco che da colomba, frenando la corsa degli indici americani (che restano però a ridosso dei massimi storici) e rafforzando il dollaro sul mercato dei cambi.
Il cambio fra l’euro e la banconota verde è sceso sotto quota 1,15, aggiornando i minimi degli ultimi tre mesi poco sopra quota 1,14. Ricordiamo che proprio questi valori avevano sostenuto il cambio a marzo, dando il via a un rimbalzo che aveva portato l’euro/dollaro oltre quota 1,18 a metà aprile prima della recente correzione. Il rafforzamento del dollaro emerge anche contro la sterlina, nuovamente appesantita dalle tensioni politiche interne. La vittoria del sindaco di Manchester Andy Burnham nelle elezioni locali lo rilancia come un possibile concorrente - in tempi potenzialmente anche rapidi – del premier Keir Starmer, alimentando l’incertezza (e agitando il mercato dei bond inglesi). Acquisti anche su dollaro/yen, con il cambio balzato oltre quota 161. Qui lo scenario appare decisamente più complesso: ci troviamo sui massimi da circa due anni e a meno di un punto percentuale dai massimi storici, ma soprattutto su livelli sgraditi alla Banca centrale giapponese che ha già minacciato – seppur solo verbalmente – nuovi interventi per frenare il crollo dello yen. Di fatto una sfida complessa, con i mercati che puntano contro la Banca centrale (solitamente una mossa rischiosa), ma hanno dalla loro un ampio spread in termini di tassi di interesse, con quelli americani ben più alti di quelli giapponesi. Nonostante il rialzo della scorsa settimana, infatti, i tassi giapponesi si trovano soltanto all’1%, ben 2,75 punti percentuali sotto quelli americani.











