Nigel Farage REUTERS/Toby Melville

Si era già capito negli anni scorsi, anche grazie al lavoro di illustri economisti, che la scelta della Brexit, la decisione del Regno Unito di abbandonare l’Unione Europea e il suo mercato comune, votata con un referendum il 23 giugno 2016, esattamente dieci anni fa, non fosse stato alla fine un grande affare, né sotto il profilo politico, tanto meno per quel che riguarda l’economia. Un perfetto esempio di “dabbenaggine politica” (ma le colpe sono anche degli elettori, di chi ha creduto a quelle facili promesse), propagandata all’epoca con aggettivi roboanti dai più convinti fautori del distacco, a partire da quel Nigel Farage, fortemente ostile all’Europa e all’immigrazione, che ancora oggi è in testa ai sondaggi, e dal conservatore Boris Johnson, che pur di andare contro il primo ministro dell’epoca, David Cameron, e avere una chance di entrare a Downing Street, com’è poi avvenuto (dal 2019 al 2022, fino alle sue dimissioni per una serie di scandali), decise di cavalcare l’onda del “leave”, senza avere in testa o in tasca alcun piano concreto per un futuro al di fuori dell’UE. “Basta inviare fiumi di denaro all’Unione Europea” – promettevano i sostenitori della Brexit. “Prenderemo il controllo della nostra economia, della nostra legislazione, della nostra immigrazione, senza dover più chiedere il permesso a nessuno”. Non andò proprio così: la sterlina perse di colpo il 13%, facendo impennare il costo delle merci importate. La Brexit alzò barriere commerciali con l’UE, il principale partner commerciale del Regno Unito, portando a una riduzione dei volumi di scambio e costi più elevati per le imprese. Per non dire della carenza di manodopera, dovuta alla fine della libera circolazione per i cittadini dell’UE. Tutto già noto. Ma ora, proprio in occasione del decennale da quel referendum, altri due economisti, John Springford e Anton Spisak, del Centre for European Reform, hanno presentato i risultati di un nuovo modello di analisi, dal quale emerge sempre la stessa verità: che la Brexit ha ridotto sostanzialmente il commercio del Regno Unito con l’UE (l’Irlanda del Nord beneficia di un protocollo ad hoc che consente la libera circolazione delle merci), sia nei beni sia nei servizi. “Le esportazioni del settore dei servizi verso l’UE sono inferiori del 7% rispetto a quanto sarebbero state se il Regno Unito fosse rimasto nell’UE, e le esportazioni di beni sono inferiori del 16%”, hanno scritto nel loro rapporto, pubblicato pochi giorni fa. “Riteniamo che anche la decisione di reintrodurre oggi un’unione doganale con l’Unione Europea non basterebbe per recuperare tali perdite”.Il punto più interessante del rapporto, al di là della precisione spietata dei dati, che peraltro evidenziano come l’uscita dal mercato unico abbia causato più danni che uscire dall’unione, è proprio quest’ultimo, l’irreparabilità del danno provocato all’economia britannica, dal momento che nel dibattito pubblico molto si parla di un “reset”, di un possibile rientro, anche se per ora parziale, nell’alveo comunitario. “Al momento si tratta di accordi mirati”, scrivono gli economisti Springford e Spisak. “Quello sanitario e fitosanitario' (SPS) che copre il commercio agroalimentare (le esportazioni dopo la Brexit sono diminuite del 29%), il collegamento tra i sistemi di scambio di emissioni del Regno Unito e dell’UE, il rientro del Regno Unito nel mercato interno dell’elettricità e un programma di mobilità giovanile. Soprattutto l’accordo SPS, riducendo i controlli di frontiera e la divergenza normativa che attualmente ostacolano il commercio agroalimentare, potrebbe far recuperare una quota significativa di quella perdita. Tuttavia, l’agroalimentare rappresenta una quota relativamente piccola del commercio complessivo Regno Unito-UE, rappresentando circa il 10% per cento delle esportazioni di beni britannici verso l'UE e il 18 per cento delle importazioni di beni. Il reset, anche se completamente attuato, lascerebbe intatta la stragrande maggioranza delle perdite commerciali della Brexit”. I settori più colpiti sono stati viaggi, finanza e assicurazioni, chimica e farmaceutica, e infine agroalimentare.Qualsiasi decisione è politicaMa economia e politica sono strettamente interconnesse. E dietro ogni decisione c’è, o dovrebbe esserci, una visione, una prospettiva. Difatti gli economisti del Centre for European Reform mettono in guardia: “Non esiste una via semplice per una partecipazione significativa al mercato unico senza costi politici. Un'unione doganale con l’UE oggi comporterebbe vincoli, come l’allineamento alle misure di difesa commerciale dell’Unione, e limiterebbe la capacità del Regno Unito di rispondere indipendentemente alle pressioni commerciali globali e ai rischi geopolitici più ampi. Ma perderebbe la possibilità di perseguire politiche commerciali indipendenti con paesi non appartenenti all’UE, inclusi Stati Uniti e Cina. Se tali vincoli valgano i guadagni economici che potrebbero derivarne, è un giudizio politico”.The comparison to Italy is inescapable. Britain is hobbled by political instability, low growth and subordination to the bond markets. Welcome to Britaly https://t.co/4uoOyvV5zx pic.twitter.com/48AYCr0yKW— The Economist (@TheEconomist) October 19, 2022E la politica britannica, che sta ancora digerendo la fine del bipartitismo, sta tentando di dare risposte a quella che, ormai con ogni evidenza, è una necessità da affrontare. Gli attuali leader del Labour, il premier Keir Starmer (sempre più in bilico) e la Cancelliera dello Scacchiere (principale ministro finanziario del governo) Rachel Reeves, si sono dichiarati favorevoli a stringere un rapporto commerciale più stretto con l’Unione Europea, pur mantenendo la “promessa” di non rientrare nel mercato unico o nell’unione doganale, né di accettare la libera circolazione delle persone. Reeves ha suggerito un “allineamento dinamico” in alcuni settori, ma non è detto che questa soluzione sia gradita a Bruxelles. Mentre i Tory, il Partito Conservatore che ha governato per 60 degli ultimi 100 anni, ondeggiano e sbandano verso posizioni sempre più estremiste nella speranza di riaccendere una fiammella d’interesse tra i suoi ex elettori. Perché davanti a tutti c’è sempre lui, Nigel Farage, “mister Brexit”, populista di estrema destra, leader di Reform Uk che stando ai più recenti sondaggi viaggia attorno al 26% di preferenze (seguito dai Tory con il 18%, il Labour al 17% e i Verdi al 16%). E dunque, con fondate probabilità, potrebbe essere lui a decidere il futuro del Regno Unito, anche se le prossime elezioni generali sono previste nel 2029. Mentre lo scenario attuale vede il premier Starmer praticamente all’angolo, spinto verso le dimissioni dalla maggioranza del suo partito che ha ormai individuato in Andy Burnham, ex sindaco di Manchester, recente vincitore delle elezioni suppletive di Makerfield, il suo naturale successore a Downing Street: e sarebbe il settimo primo ministro in dieci anni. Farage propone l’uscita dalla CEDUEppure la “questione Farage” porta con sé un elemento di novità. Perché nonostante il sostanziale e ormai dimostrato fallimento della Brexit, il leader di Reform UK rilancia e propone con forza, mettendola al centro della sua propaganda politica, una nuova uscita del Regno Unito da un’altra istituzione europea: la Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo (CEDU). Il che consentirebbe al governo, secondo i promotori, di trattare con maggiore “libertà d’azione” l’arrivo di migranti irregolari, tema che viene percepito come uno dei problemi maggiori sia dai partiti, sia dall’elettorato britannico. Un tema che ha questi numeri (forniti all’inizio di quest’anno dal Ministero dell'Interno): nel 2025 circa 46.000 persone sono entrate illegalmente nel Regno Unito, la stragrande maggioranza delle quali attraversando la Manica con piccole imbarcazioni. Un bilancio che non solo è in aumento, ma che sfiora il record d’ingresso registrato nel 2022. C’è però da tener presente che nel 1998 la Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo è diventata parte integrante del diritto interno britannico, il che consente alle persone coinvolte di appellarsi contro le decisioni governative sull'immigrazione per motivi di diritti umani. In sostanza i richiedenti asilo possono invocare l’Articolo 8, che protegge il diritto alla vita familiare, e l’Articolo 3, che riguarda il divieto di tortura e trattamenti disumani o degradanti. Insomma, dopo i fallimentari tentativi dei Conservatori di introdurre la deportazione d’ufficio dei richiedenti asilo in Rwanda (il paese africano ha anche tentato di ottenere i 134 milioni di dollari previsti dall’accordo, ma la Corte dell’Aia ha respinto poche settimane fa il ricorso), Farage vorrebbe carta bianca. E i Conservatori, un po’ per convinzione, un po’ per convenienza politica, per sottrarre al “rivale di destra” uno degli argomenti chiave della sua campagna elettorale. Alla fine dello scorso anno il gruppo per i diritti umani Liberty ha promosso una dichiarazione firmata da quasi 300 organizzazioni (tra le quali Amnesty, vari enti di beneficenza e gruppi di veterani) chiedendo una “difesa piena” della CEDU e della Legge sui Diritti Umani, avvertendo che il modo in cui la convenzione è stata usata come capro espiatorio politico negli ultimi anni aveva avuto “devastanti conseguenze nel mondo reale”. Come ha spiegato Sam Grant, direttore delle relazioni esterne di Liberty: “Ci sono persone che ricoprono posizioni di potere che vogliono farci credere che potremmo stare meglio senza la CEDU: non credete a loro. Per decenni le nostre leggi sui diritti umani hanno sostenuto la nostra vita quotidiana, dandoci la possibilità di parlare liberamente, amare chi vogliamo e vivere in pace. Questi diritti sono stati conquistati con fatica e non dobbiamo permettere ai governi, ora o in futuro, di portarceli via”.