di
Aldo Grasso
Con un colpo di genio semantico degno del miglior marketing distopico, la FIFA ha partorito l’hydration break. Tre minuti di partita in meno possono valere milioni di dollari in più
Con la lingua italiana abbiamo sempre maggiori difficoltà (persino di comprensione del testo), ma con l’inglese facciamo progressi. Ogni giorno un’espressione nuova, ben felici che i Mondiali americani di calcio ci abbiano regalato l’hydration break in sostituzione del cooling break. Per anni ci hanno spiegato che il cooling break era una conquista della civiltà. Una cosa seria, quasi scientifica. Funzionava così: se durante una partita il termometro superava i 32 gradi all’ombra e l’aria si trasformava in brodo primordiale, l’arbitro, mosso a compassione, fischiava.
I calciatori si trascinavano verso la panchina alla ricerca di acqua, ghiaccio e dignità, mentre la Treccani ne certificava lo status di «necessità medica»: una sorta di timeout calcistico che consentiva agli atleti di reidratarsi e di integrare nell’organismo i sali e i nutrienti che, attraverso il sudore, venivano espulsi in maniera più consistente del solito a causa delle alte temperature del periodo estivo. Semplice, logico, persino umano. Ed ecco che, con un colpo di genio semantico degno del miglior marketing distopico, la FIFA ha partorito l’hydration break. Sulla carta, la nobile evoluzione della specie: «Dobbiamo idratare gli atleti!». La differenza è sottile solo all’apparenza. Nel primo caso ci si ferma perché fa molto caldo. Nel secondo ci si ferma perché qualcuno, da qualche parte, ha scoperto che tre minuti di partita in meno possono valere milioni di dollari in pubblicità.















