Ho scritto più volte sulla tripartizione dei 15 milioni di ultrasessantacinquenni che abitano il Paese. Arrotondando molto, ma utile per la fotografia dell'Italia, ce ne sono 5 sani e vispi, 5 così così e 5 scassati e bisognosi di "long-term care". La parola non esiste in italiano (non a caso!) ed è traducibile come cure a lungo termine. Insomma, quelli che necessitano di assistenza continuativa. Bene, partiamo da questi che sono nella sostanza non autosufficienti.

Hanno cioè bisogno di un qualche aiuto per gestire la propria vita perché insufficienti in una o più delle attività del vivere quotidiano: vestirsi, lavarsi, andare al bagno, alimentarsi, trasferirsi da un posto ad un altro, esser continenti nelle vie urinarie o fecali. Oppure avere difficoltà ad usare il telefono, fare acquisti, preparare i pasti, gestire la casa, gestire i farmaci, lavare gli indumenti, gestire le finanze. Il tutto perché c'è stata una o, più frequentemente, ci sono state molte malattie che hanno precipitato una condizione di difficoltà. A questo ovviamente si deve aggiungere la condizione socio economica: più sei solo e povero più la non autosufficienza incide.

La lezione del Covid

E che si fa? Vi convinco facilmente che non è l'ospedale il punto di riferimento di una persona, certamente malata, ma che ha una serie di problemi come quelli che vi ho elencato nelle attività del vivere quotidiano. È la fragilità a 360 gradi di questa persona che deve esser presa in carico e qui entra la oramai celebre assistenza nel territorio che il COVID ha disvelato. Il Covid ha, nel bene e nel male, sdoganato tre parole che tutti oggi conosciamo: fragilità, RSA e territorio.