A fronte di molti indicatori di sviluppo e benessere che ci vedono nelle posizioni più scomode in Europa, ce n’è almeno uno che si distingue in positivo, è l’aspettativa di vita. Eppure sembriamo far di tutto per renderlo un aspetto negativo.
Che gli italiani siano uno dei popoli più longevi è certificato dai più recenti dati Eurostat. La durata media di vita è salita a 81,7 anni secondo i dati preliminari del 2024, con un guadagno di 0,3 anni rispetto al 2023. L’impatto della pandemia di Covid-19 è stato completamente superato e le dinamiche degli ultimi anni sono tornate in linea con quelle pre-crisi.
Ancor meglio fa l’Italia, la quale si colloca sopra gli 84 anni. Le previsioni Istat in tutti gli scenari considerati contempla un proseguimento del miglioramento. La questione centrale è però la qualità. Lo scenario più favorevole è possibile solo se si allunga la vita attiva e in buona salute. In quello meno favorevole il peggioramento delle condizioni di benessere farà aumentare solo quella in cattiva salute.
L’aumento della quantità di vita da una generazione alla successiva è un processo del tutto nuovo nella storia dell’umanità. E’ iniziato con la riduzione della mortalità infantile, è proseguito con la diminuzione progressiva di quella giovanile e adulta. Si è così passati da una durata media di vita attorno ai 30 anni e un rischio di morte nel primo anno di vita superiore a uno su quattro, ai tempi dell’Unità d’Italia, a una aspettativa di vita che si avvicina oggi agli 85 anni e una probabilità superiore al 90% di un nuovo nato di arrivare a 65 anni. Tutto il guadagno di anni di vita è, nella fase più recente di questo processo, spostato oltre l’età tradizionale di entrata in età anziana. E’ quindi fondamentale che sia accompagnato da qualità adeguata altrimenti ad estendersi è solo la vecchiaia in cattiva salute.






