Con oltre 22.500 centenari, l’Italia è tra i Paesi più longevi al mondo. Che sia merito della nostra dieta mediterranea o della genetica, non si tratta di una tendenza passeggera: è una trasformazione strutturale, una nuova normalità che chiama in causa istituzioni, famiglie e intere comunità tanto che oggi non si parla quasi più di anzianità ma, appunto, di longevità: qual è la differenza? «Una società che invecchia», risponde Nic Palmarini, direttore del National Innovation Center for Ageing del Regno Unito (Nica), «si concentra sui cambiamenti nella struttura per età della popolazione, mentre una società della longevità cerca di sfruttare i vantaggi di una vita più lunga cambiando le modalità di invecchiamento. Non si tratta solo di vivere più a lungo, ma di vivere meglio. È una sfida sociale, economica e culturale che richiede nuove politiche, nuove tecnologie e un nuovo sguardo sulle possibilità offerte da una vita che si allunga».
Nic Palmarini, direttore del National Innovation Centre for Ageing
In un Paese dove la popolazione invecchia sempre più, capire come invecchiare - non solo quanto - è una priorità che riguarda tutti. La longevità non è un traguardo da tagliare: è un equilibrio da costruire, giorno dopo giorno puntando non soltanto ad allungare il tempo a disposizione ma a viverlo in buona salute. «Dobbiamo superare l’approccio medicale centrato sulla malattia e abbracciare una visione più ampia delle ragioni che influenzano la salute. Per dirla in un altro modo, dobbiamo passare dal modello di business della cura in cui siamo radicati a quello della prevenzione», chiarisce Palmarini. «Questo significa agire su più livelli: comportamentale, ambientale, sociale. Ad esempio, un’alimentazione sana, l’attività fisica, la stimolazione cognitiva, il sonno regolare e la qualità delle relazioni sociali sono tutti pilastri della nostra longevità e, allo stesso modo, incredibili opportunità di innovazione. Ma serve anche un ecosistema che li favorisca».







