A pochi chilometri dal quartier generale della Nato a Bruxelles, nel cimitero di Evere, si trova una tomba che racconta molto della traiettoria intellettuale di Luuk van Middelaar. È quella di Alexandre Kojève, il filosofo russo-francese che negli anni Trenta trasformò le sue lezioni su Hegel in uno degli eventi intellettuali più influenti della Francia del Novecento e che, nella parte finale della sua vita, lasciò la filosofia per diventare un funzionario europeo, impegnato nei negoziati commerciali per la Francia. È un percorso che ha colpito Anton Jäger, autore di un lungo ritratto di van Middelaar pubblicato sul New York Times: anche van Middelaar ha attraversato il confine tra filosofia e potere, passando dalla teoria politica alla macchina istituzionale europea, fino a diventare oggi uno degli interpreti più ascoltati della crisi geopolitica dell’Unione.

La sua scommessa è che l’Europa abbia un problema più profondo della mancanza di armi o capacità industriale: non sa più pensarsi come attore politico. La sua scommessa è che l’Europa abbia un problema più profondo della mancanza di armi o capacità industriale: non sa più pensarsi come attore politico. Per questo ha fondato nel 2022 il Brussels Institute for Geopolitics (BIG), un think tank nato con l’ambizione di spostare il dibattito europeo dalla gestione tecnica alla geopolitica. L’idea centrale è semplice: il continente che ha costruito la propria identità sulle regole, sul mercato e sul diritto deve imparare di nuovo il linguaggio della potenza.