Stregacidio, giorno due. Tutto tace, poiché tutti mormorano e, naturalmente, qualcuno trama. La letteratura italiana soffre (o gode, dipende) di indignazione selettiva. Non uno scrittore, non una scrittrice leva una voce di biasimo, ragionamento, denuncia per quanto consumatosi tra Michele Mari e Teresa Ciabatti, finalisti del Premio Strega, 80esima edizione, lui dato per vincitore fino a giovedì, lei quarta classificata nella sestina. Lui autore Einaudi, lei autrice Mondadori: stesso gruppo editoriale, il più grande e potente d’Italia. Rewind: tre giorni fa, durante un viaggio per lo StregaTour, direzione Bisceglie, a bordo del pulmino che trasportava 4 dei 6 finalisti del premio (Ciabatti, Nucci, Rui, lo stesso Mari), il favorito Mari ha straparlato di Michela Murgia con toni sgradevoli e violenti (impossibile riportare le frasi esatte: nessuno vuole riferirle, forse temono tutti che qualcuno del collegio direttivo del Garante della privacy li accusi di illecito come è accaduto alla ragazza che ha osato fotografare il dipendente ATM che condivideva su WhatsApp immagini di donne ignare di essere fotografate: secondo questo solerte, la ragazza ha violato la privacy del dipendente). Sul medesimo pulmino, Teresa Ciabatti interviene per fermare Mari, il quale chiosa sostenendo che Michela Murgia era una donna incattivita dalla sua bruttezza, e per questo era intransigente, radicale. La cosa circola, oltre che sui gruppi WhatsApp di amici, affini e velleitari della Domenica, anche sulla stampa, quindi esplode. La Fondazione Bellonci, che organizza il Premio, diffonde un comunicato che dice: «Ogni espressione denigratoria e ogni giudizio lesivo della dignità delle persone è incompatibile con lo spirito del Premio Strega». Michele Mari, allora, diffonde anche lui una nota in cui dice di essersi chiarito con Teresa Ciabatti e scusato con lei, ma di non aver mai parlato dell’aspetto fisico di Murgia (è quindi oscuro per cosa si sia scusato). Il giorno dopo (ieri) il passaparola carsico del mondo editoriale dà la vittoria di Mari per compromessa. Le ricostruzioni si affastellano. Retroscenisti e dietrologi sostengono che si sia trattato di un piano ordito da altri concorrenti (quindi da altri editori) per ribaltare il Premio. Quali concorrenti? Quelli/quella/ quello che hanno rivelato l’accaduto alla stampa? Primo, per ora (e quindi per sempre) non è dato sapere chi lo abbia fatto; secondo, non è detto che chi lo ha fatto, avesse intenti impuri. I sospetti si sono concentrati su Ciabatti, che invece è parte lesa: ha reagito perché sarebbe stato amorale evitarlo (cosa fareste se un signore su un autobus, a cena, al bar, in tv, insultasse una scrittrice morta, che è stata anche vostra amica?), ma in Italia hanno sempre ragione tutti tranne chi denuncia, è una regola che vale anche tra chi lavora per scalfirla e abbatterla. In più,<CW0> spostandoci su un piano pragmatico, Ciabatti non aveva motivo di ribaltare il Premio: i numeri con cui si è classificata non consentono di credere che possa competere, per la vittoria, contro Mari, o Nucci, candidato Feltrinelli, che invece è colui che, numericamente, ha chance di soffiare lo Strega a Mari, se davvero Mari pagherà l’urto reputazionale. Difficile anche credere che il piano sia stato ordito da Nucci: sarebbe troppo ovvio. </CW> La trama si infittisce? Au contraire. È più facile che non ci sia stato dolo nella diffusione nella notizia ma solo goffaggine: come altro vogliamo chiamare il fatto che Michele Mari si sia scusato nella stessa frase in cui dice di non aver mai parlato del corpo di Michela Murgia? Strategismo sentimentale? E, soprattutto, a chi importa? Giochi di potere e rese dei conti che da sempre indirizzano o destabilizzano lo Strega, sono fatti e fattacci di settore. Un settore che, però, ha un ruolo pubblico rispetto al quale la sostanza di ciò che è accaduto fa trascolorare contesto e contorno, veleni e antidoti, anestesie e calcoli. Perché è di interesse pubblico se uno scrittore importante dice apertamente che una scrittrice importante ha combattuto ciò che ha combattuto e ha scritto come ha scritto perché aveva bisogno di sfogare una frustrazione arrecatale dal suo aspetto fisico. È di interesse pubblico se tutto questo succede nell’anno in cui si festeggiano gli 80 anni del voto alle donne, e nei giorni in cui si sfasciano di nuovo i rapporti tra Stati Uniti e Italia perché Trump ha trattato Meloni come un’ancella e ne ha umiliato il ruolo, vedendo in lei la femmina e non la Premier di un Paese alleato, nei giorni in cui nasce un partito il cui fondatore ritiene che il femminicidio non sia un reato perché non ne riconosce la matrice culturale. La manutenzione dell’ambiente sociale è onere collettivo: siamo tutti chiamati a fare del nostro meglio affinché cliché, pregiudizi, menzogne, non degenerino fino a diventare ideologia politica. Troppo moralistico? Può darsi. Però: «Sapete perché la Murgia è così cattiva? Perché è brutta come una strega». Così scriveva su Twitter Vittorio Feltri, il primo dicembre del 2022, indignando, giustamente, tutti (tranne i soliti, quelli secondo i quali la presunta dittatura del politicamente corretto impedisce al Paese di tornare ai fasti del Rinascimento). Le parole di Mari, non dissimili da quelle di Feltri, non hanno suscitato medesima riprovazione. Anzi. Hanno generato taciti distinguo. E poi scuse e accuse e scuse senza ritorno. Ed è difficile credere che ci si voglia opporre alla strumentalizzazione di Murgia per laidi scopi stregheschi (qualcuno la pensa così davvero), mentre è facile supporre che nessuno abbia voglia di inimicarsi un editore rilevante, impedendo il contenimento del danno per un premio che tutti vogliono vincere. Però c’è ancora domani, e magari arriverà qualcuno che dica ai venerati Mari, De Luca, De Gregori che l’immunità di pietra miliare è finita anche per loro. Michela Murgia, comunque, si difende benissimo da sola ed è stupendo immaginarla mentre, insieme a Maria Bellonci, in un altrove con il wifi, si gode la débâcle di chi pensa ancora che il femminismo sia una vendetta contro i maschi e non il seme di un mondo diverso, e che le femministe siano streghe incattivite dal non essere Dua Lipa. Ci dispiace per loro.