di Elisa Messina
Tiziana aveva 36 anni e un bimbo di 2, che dormiva nella stanza accanto. Ora quel bambino ha 15 anni ed è stato adottato dallo zio, Damiano Rizzi, psicoterapeuta che nel libro «Adolescenza, parliamone» racconta anche la loro storia. «Togliere la prevaricazione dal repertorio deicomportamenti umani è un lavoro che parte dalla scuola»
«Mi sono sempre rifiutato di vedere come i giornali o i tg raccontavano l’uccisione di mia sorella. Poi, un anno fa, ho rivisto in tv, all’interno di una trasmissione, un servizio del Tg1 di allora e sono stato male. Perché il suo femminicidio era presentato come tutti gli altri, quasi seguendo dei cliché: “Lui era un bravo ragazzo”… “L’ennesimo litigio finito male”». Ogni volta che Damiano Rizzi ritorna su quel 9 luglio 2013 è come se una cicatrice dell’anima si riaprisse con il suo vecchio dolore.
Sua sorella Tiziana, 36 anni, è stata uccisa dal marito con 111 coltellate. Il loro bambino di due anni e mezzo dormiva nell’altra stanza. Da quel giorno la sua vita e quella della sua famiglia è stata stravolta. Ma da quel giorno, quel bambino è diventato suo figlio e oggi è un adolescente di 15 anni. Però ci sono voluti otto anni di fatica, di battaglie legali e di spese per veder riconosciuto anche sulla carta un legame d’amore che si era formato fin dal primo istante. Damiano è uno psicoterapeuta dell’età evolutiva, lavora nel Pronto Soccorso a Pavia ed è abituato a dare un nome alle emozioni. Lui che per lavoro aiuta gli altri a superare i traumi – lo ha fatto e lo fa con i bambini in Palestina e in Ucraina attraverso la fondazione SoleTerre - ha dovuto farsi aiutare per affrontare il suo di trauma e quello di suo figlio. Ma tutto questo dolore non è stato inutile. Come dice lui stesso, ha trasformato il lutto in battaglia, non ha chiuso nel cassetto della sofferenza la sua storia privata, anzi l’ha innestata sulle sue competenze per realizzare un libro («Adolescenza, parliamone» Piemme) che è anche un manifesto: «un mai più». Non una commemorazione «ma un progetto politico umano. Togliere la violenza dal repertorio dei comportamenti umani, non è utopia, è un lavoro, si può fare. E parte dalla scuola».Nelle cronache del tempo sono riportate le frasi dell’omicida che, in lacrime, dice al magistrato “ma io l’amavo tantissimo”. E poi riappare quella parola, raptus, che ora, finalmente, negli articolo non leggiamo più.«La cronaca si concentra sulle coltellate, il sangue. Ma non riesce a narrare la storia la dinamica dietro un femminicidio. Eppure è lì la chiave di tutto. Si ripetono i soliti passaggi: Lei voleva chiudere la relazione... l’ennesimo litigio…Dietro un femminicidio ci sono due persone non seguite, non ascoltate. C’è il contesto patriarcale e la cultura del possesso dietro la violenza maschile, ma la persona che arriva a uccidere è una persona che sta male. E se nessuno interviene per tempo poi le situazioni diventano fatali».Ecco, le coltellate. 111 è un numero difficile anche solo da nominare«Nell’autopsia c’è scritto anche: "Con tentativi di decapitazione". Infierire con così tanti colpi significa andare oltre il gesto, tagliare la testa vuol dire voler togliere la parola, togliere la mente all’altra persona. Gli uomini che uccidono sono persone che non reggono al distacco perché non hanno mai conquistato l’autonomia psichica e vivono la relazione come qualcosa senza la quale loro non esistono. Ammazzano con la cattiveria di voler cancellare l’altro. Quindi il crimine non è un raptus o uno scatto di gelosia E attenzione, questo è un problema dei maschi, sono i maschi che uccidono, non è un problema delle donne. Finché gli uomini, tutti gli uomini, continuano a sentirsi non coinvolti quando si parla di femminicidi e di violenza di genere questi crimini continueranno ad esserci».Molti di fronte a posizioni così si mettono sulla difensiva e rispondono: «Non tutti gli uomini sono assassini». Come si coinvolgono?«Bisogna agire prima e dopo: iniziare da subito con ‘l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, fin dalla materna, obbligatoria, per aiutare i bambini e poi gli adolescenti a riconoscere e gestire le loro emozioni e parlarne, gestire la rabbia e stare nelle relazioni rispettando l’altro. E poi bisogna agire dopo, quando la violenza si è manifestata, con i percorsi trattamentali per gli uomini maltrattanti, quelli che hanno commesso reati spia, per intenderci. Abbiamo visto che sono efficaci. Soprattutto con i più giovani. E riducono la recidiva fino al 38%. Non si tratta di giustificare, ma di prevenire».All’omicida di sua sorella dettero «solo» 16 anni.«In base alle leggi di allora avrebbe fatto anche meno. Nel caso di buona condotta, dopo 8, 9 anni sarebbe uscito».Ma lui è morto in carcere dopo quattro anni per un attacco cardiaco. Che cosa ha provato?«Una pena infinita. Due giovani vite annullate, due persone che potevano avere le loro possibilità. Certo, per mia sorella non è stato un incidente, è stata uccisa. Ma se devo essere sincero, sento dolore ma non rabbia. E sa perché? Perché la rabbia mi avrebbe tenuto legato per tutta la vita a un assassino, a un uomo che ha ucciso una parte del mio futuro. Paradossalmente ho sentito dentro di me una forza contraria. Che mi spingeva a investire in amore non in rabbia. Certo, ci sono stati tanti momenti di difficoltà e ci sono ancora. E siamo soli ad affrontarle. Quando ho incontrato altre famiglie dove è avvenuto un femminicidio ho ritrovato le stesse difficoltà e le stesse solitudini che provavamo noi. La vittima di un femminicidio non è solo la donna, è chi resta, è una famiglia intera».Com’era suo cognato? E com’era il legame tra lui e sua sorella?«Una persona taciturna, che stava male con se stessa. Negli ultimi anni aveva delle difficoltà sul lavoro che avevano aggravato il suo star male. E di conseguenza aveva difficoltà a relazionarsi con gli altri. Il legame con mia sorella era diventato simbiotico, non era più amore. Dall’esterno, però, potevano sembrare la coppia perfetta: insieme da quando avevano 14 anni, genitori da poco di un bambino. E così sono stati raccontati dalla cronaca. Ma la verità era diversa. Lui non è stato aiutato. Noi non abbiamo colto i segnali. La violenza si annuncia spesso con piccoli segni che non vogliamo vedere fino a quando è troppo tardi».Quali segnali?«Ho nella mente una serata piena di lacrime, a casa dei miei genitori, per il 31esimo compleanno di mia sorella. Da subito ho capito che lui era teso, era altrove con la testa, come non vedesse l’ora di scatenare una rabbia che aveva dentro. E infatti ha iniziato a dire cose tremende e violente contro di lei, un’aggressione verbale gratuita. Io l’ho allontanato subito, ed ero pronto a chiamare i carabinieri, ma la stazione a quell’ora era chiusa e il centralino mi diceva di chiamare il 112. Non lo feci. Però lei aveva deciso di allontanarsi e per due o tre mesi vissero effettivamente separati. Mesi in cui lui continuava a chiamarla, a dirle “Senza di te non vivo”. Finché lei non ha deciso di riaprirgli la porta. Ero contrario, glielo dissi, lei mi rispose: “Se tieni fuori lui, tieni fuori anche me, io gli voglio bene”. Prevalse l’idea di provare a tenere insieme la famiglia. Mi viene da piangere ogni volta che ci ripenso. C’è una frase che mi sono ritrovato a scrivere su un pezzo di carta: “A che serve faticare per tenere insieme la famiglia ancora per un po’ di tempo se poi la perdi per tutta la vita?”. È il peso muto del rimpianto».Quando ha pensato, «quel bambino, mio nipote, diventerà mio figlio».«Da subito, dal primo momento in cui l’ho visto. Quel 9 luglio ero a Roma per lavoro quando mia madre mi ha chiamato per dirci che Tiziana non c’era più. Ho preso un tremo e sono corso a casa: non ci credevo, il primo pensiero era poter vedere lei. Ricordo i carabinieri davanti a casa, mio padre che parlava con loro. Poi c’è stato il riconoscimento all’obitorio, assieme ai miei genitori e tutte quelle cose di rito orribili, la scelta della bara… Che le faccia un genitore è contronatura. Ma poi, appena l’ho visto, ho capito che quel bambino che aveva perso tutto sarebbe entrato nella mia famiglia: ho sentito qualcosa tra me e lui che non so spiegare, ho capito che tra noi ci sarebbe stato un legame speciale». Però all’inizio il piccolo è stato collocato dagli zii paterni dal tribunale dei minori.«Vuol sapere la motivazione? Perché gli zii erano più “emotivamente distaccati”. Loro erano collaborativi e d’accordo con me. Ma per il tribunale io ero troppo «di parte» in quanto fratello della vittima. Io mi proponevo per un’adozione e in cambio mi dicevano che il mio amore era un ostacolo, non un diritto. Alla fine ce l’abbiamo fatta, ma con tempi lunghi: tre anni per l’affidamento, cinque per essere nominato tutore, otto per l’adozione. E ho trovato le persone giuste al mio fianco in questo cammino».Nel libro scrive: Quando è arrivata la sentenza, l’ho letta ad alta voce. Era il 5 febbraio 2021. In quelle righe – «il minore chiama gli zii mamma e papà» – c’era la nostra vita intera«Per distruggere una vita è bastato un minuto, per ricostruirla sono stati necessari otto anni di carte. Anni in cui abbiamo dovuto ricostruire anche le nostre di vite, elaborare il nostro lutto. Mio figlio continua a frequentare i nonni paterni perché è importante mantenere un legame con la famiglia di origine. Non c’è stato alcun conflitto con loro, anzi. I parenti della vittima hanno sulle spalle un dolore che si protrae per più generazioni. Ma forse ancora più grande è dolore della famiglia di chi ha ucciso. Perché non trova comprensione, ma solo vergogna. Basta guardare quello che si scatena sui social. Se un uomo uccide deve pagare lui non la sua famiglia. Per questo ho cercato di ragionare sulle radici della violenza».Gli orfani di femminicidio sono orfani speciali diceva Anna Costanza Baldry, la psicologa che per prima in Italia ha provato a realizzare una loro mappatura, vedere come stavano, chi li aiutava. La scoperta fu sconcertante«Semplicemente per lo Stato non esistono come persone con diritti speciali. Gli orfani assieme alle famiglie che restano, che sono vittime anche loro, sono lasciate sole a gestire il dolore e le mille difficoltà, economiche, psicologiche e burocratiche. La psicoterapia, indispensabile in questi casi, è interamente privata. Nel nostro caso ci ha aiutato la Fondazione Pangea che ha pagato 30mila euro di fatture per professionisti. Il trauma cronico non riguarda solo gli orfani ma tutta la famiglia, tutti siamo “vittime”. Una volta, durante il processo, mi sono sentito dire da uno dei legali della nostra parte, quelli pagati da noi, per intenderci, “Dai, non fare la vittima”. “Ma io sono una vittima, gli ho risposto».Cosa si dice a un bambino a cui hanno appena ucciso la madre?«Nei primi giorni gli abbiamo detto che c’è stato un incidente: la mamma non c’è più e il papà è in ospedale. Ma poi abbiamo affrontato subito la cosa, non dire la verità sarebbe molto peggio. Mia sorella è morta a luglio, noi abbiamo iniziato a raccontarli tutto a settembre».E come?«Lo abbiamo fatto attraverso una lettera e durante una seduta di psicoterapia seguiendo un metodo specifico per i traumi. E ovviamente la terapia è andata avanti e va tuttora avanti. Psicoterapia privata, perché questi orfani e alle loro famiglie non è riconosciuto il diritto di essere seguiti come avrebbero bisogno».Qualcosa si è sbloccato a livello burocratico: in base a una legge del 2018, l’indegnità dell’accusato a ereditare è immediata così come il sequestro dei beni «Ma per tutto il resto? Tutti passaggi formali importanti, certo, ma, come sempre, è una legge fatta a metà. Come la legge sul femminicidio: significativa sul piano simbolico ma dove sono gli investimenti per la prevenzione? La creazione di una rete istituzionale e sociale per famiglie e scuole? Dov’è l’educazione sessuo-affettiva obbligatoria nelle scuole? I centri antiviolenza da finanziare con regolarità?»Perché insiste tanto sull’educazione sessuo-affettiva obbligatoria?«È fondamentale per la prevenzione della violenza e non solo quella di genere: le aggressioni commesse da minori sono in crescita. In Spagna hanno ridotto il numero dei femminicidi puntando sulla prevenzione. L’aspetto penale punitivo da solo non basta. Bisogna creare spazi dove rendere competenti le persone dal punto di vista emotivo e relazionale. Bisogna insegnare le persone ad amare come si insegna la matematica. Educazione affettiva a scuola e servizio psicologo di base. Ecco i fondamentali. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo ha calcolato: per ogni euro speso in programmi educativi di prevenzione alla violenza, se ne risparmiano oltre sei in costi sanitari, giudiziari e sociali».I figli orfani di femminicidio dicono di sentirsi come sull’orlo di un precipizio. Come si fa a far capire a dei bambini, a degli adolescenti che non succederà più, che avranno una vita bella?«Continuando a significare loro esperienze positive, essendo d’esempio, mostrando con evidenza che le possibilità ci sono per tutti».Gli adolescenti di cui parla nel libro sono quelli che vede arrivare al Pronto Soccorso. C’è Tommaso, 16enne a cui nessuno ha insegnato a stare dentro un abbandono che ha aggredito la madre e gli insegnanti. O Andrea, 13 anni, che passa le ore tra social, siti porno, forum e video dove la sessualità è umiliazione dell’altro. Impressiona il dato sulla fruizione dei porno.«Arrivano ragazzini di 13, 14, 15 anni che passano ore a guardare porno: la pornografia è per moltissimi preadolescenti il primo approccio al sesso e purtroppo la principale forma di “educazione sessuale”. Poi succede che dai siti porno o dai videogiochi i maschi finiscono anche preda di siti e profili youtube che gli fanno il lavaggio del cervello contro le donne. Un ragazzino che guarda contenuti pornografici dove un uomo dice alla donna “Sei la mia puttana, obbedisci” sta imparando che “desiderare” vuol dire “controllare”».Sta parlando delle community online della cosiddetta “manosfera”? Ovvero tutto quell’ecosistema digitale misogino e maschilista. Nel libro la definisce “la macchina perfetta della rabbia degli adolescenti”«Esatto. I maschi si fanno convincere che il problema non sono loro, ma le donne in quanto portatrici di astio verso il genere maschile. E proiettano la loro incapacità di elaborazione sulle donne: è tutta colpa loro. Così un ragazzo solo, disorientato, con un dolore dentro che non sa gestire è la preda ideale di queste manipolazioni, si sente assolto e libero da qualsiasi lavoro di carattere psicologico. Può fare la vittima. In questi forum o chat c’è un solo modo di essere maschi e un solo modo di guardare le ragazze: chi domina vale, chi sente emozioni perde. Semplice. Ma la manosfera, prima ancora che nei podcast e nei video degli influencer è negli stereotipi che ci circondano, nelle battute da spogliatoio, nei commenti sui social».Da questo sottobosco emergono gli «incel», i «celibi involontari» che frequentano le piattaforme della manosfera. Non è solo un fenomeno solo americano, dunque.«Secondo uno studio europeo la comunità italiana degli Incel è una delle più grandi in Europa. Il tema è psicologico e culturale. Gli uomini non sentendosi parte del problema hanno paura di perdere la loro situazione di potere. Le donne, invece, abituate a subire, sanno creare meccanismi di solidarietà. Gli uomini, invece, attaccano: “siete voi donne che ci vessate”. Negli Usa purtroppo gruppi di incel compiono veri attentati misogini: aggressioni a donne solo in quanto donne. Ci sono numeri preoccupanti. Non c’è ancora una cultura maschile che apra i tempi e gli spazi per il dialogo. Lo vedo quando faccio terapia di gruppo: gli uomini sono rari. Perché culturalmente il maschio sa che deve cavarsela da solo. Ora purtroppo il tema è globale».In che senso?«Che la legge del più forte è sdoganata a tutti i livelli. Il male arriva da fuori. Per questo dobbiamo pretendere l’ascolto da parte della politica. La media europea di spesa per la salute mentale è del 6%, la nostra è solo al 3%».Cosa si risponde ai politici e alle altre autorità che dicono che dell’educazione sessuo-affettiva si deve occupare solo la famiglia?«Che sono le famiglie a chiederla. I genitori si sentono terribilmente soli. L’Italia è tra i Paesi europei in cui i genitori dichiarano il maggior senso di isolamento educativo. Il 62% dice di “non avere nessuno con cui confrontarsi su problemi dei figli”. La scuola ha un compito chiaro, che è anche un dovere costituzionale: non prendere il posto della famiglia, ma esserci quando la famiglia non riesce a proteggere o ad ascoltare. È così che si garantiscono le stesse opportunità a tutti e a tutte».






