C’è una parola che Gianluca Gallo ripete come una bussola: qualità. Qualità della spesa pubblica, qualità dei servizi, qualità dell’offerta turistica, qualità delle produzioni, qualità del racconto della Calabria. Alla presentazione del Marchio Territoriale Terre Vibonesi, nella cornice di Anteprima Terra Madre, l’assessore regionale all’Agricoltura non si limita a portare un saluto istituzionale. Entra nel merito. Allarga il campo. Trasforma il marchio del Gal Terre Vibonesi in un pezzo di una strategia più ampia: quella di una Calabria che prova a uscire dalla logica dell’emergenza permanente e a giocare finalmente la partita dell’identità, della reputazione e della competitività.
Il ragionamento parte dai Gal, ai quali negli ultimi anni la Regione ha chiesto di cambiare passo. “In questi anni ai Gal abbiamo dato compiti diversi rispetto al passato”, ricorda Gallo, spiegando come il lavoro sia stato orientato non solo ad aumentare la capacità di spesa, ma anche a rivedere le strategie in corso d’opera e a costruire una nuova funzione territoriale.
La strategia dei Gal e il caso Terre Vibonesi
Gallo rivendica i risultati raggiunti dalla Calabria nella programmazione comunitaria. Parla del riconoscimento arrivato in sede europea, dei livelli di spesa e della capacità dei Gal di trasformarsi in vere comunità operative. “Hanno anche riconosciuto che la strategia dei Gal è tra le più emblematiche ed esemplari a livello comunitario”, sottolinea. Per l’assessore, i Gal devono essere gruppi di azione, realtà dinamiche, capaci di stare dentro i territori e di interpretarne le aspirazioni. In questo percorso, secondo Gallo, il GAL Terre Vibonesi rappresenta uno degli esempi più avanzati: “Qualcuno meglio come nel caso del partenariato vibonese”, afferma, legando il risultato a una provincia che definisce “emblematica ed esemplare di come dovrebbe essere la Calabria dei prossimi lustri”. È una formula forte, perché sposta Vibo Valentia dal racconto consueto della marginalità a quello della possibilità. Non una provincia piccola e periferica, ma un laboratorio dove prodotti identitari, turismo, agroalimentare, impresa e comunità possono provare a stare insieme.









