La definisce “teoria del caffè corretto grappa“. Vale a dire quando, nei momenti conviviali, al bar, alla fine di una cena o di un matrimonio, l’italiano “si lascia andare”. E allora via con la litania del “Mussolini ha fatto anche cose buone” o “se solo non si fosse alleato con Hitler”. Sono “idee vecchie, preesistenti“, il problema è che “ora vengono innalzate a programma di partito“. Paolo Malaguti, classe ’78, padovano, vive tra la provincia di Vicenza e quella di Treviso, dove insegna italiano, ed è uno degli scrittori veneti più apprezzati del panorama italiano: nella dozzina dello Strega e nella cinquina del Campiello, ora è in libreria col saggio Sentieri partigiani (Einaudi). Lo incontriamo ad Asolo al termine di un reportage sulle tracce di Futuro nazionale nel Nord-Est.

Per chi viene da fuori, si ha la percezione di un’evidente identità regionale che difficilmente si trova altrove. È così?

La realtà è complessa, ci sono tante parrocchie, tanto dal punto di vista linguistico quanto da quello territoriale. Nei primi anni di insegnamento, a Montebelluna, mi scontrai mio malgrado con gli studenti che facevano differenze tra la sinistra e la destra del Piave, cioè tra chi era di Conegliano e chi già friulano. Quand’ero studente, al liceo, c’era la prima Liga Veneta. Facevano volantinaggio, erano i primi anni Novanta. Questa identità ha avuto alti e bassi, ma ha radici profonde.