Nel nuovo libro di Giovanni Mari le tappe che portarono a eliminare i giornali che non si allineavano. Il Paese, prigioniero della propaganda, entrerà in guerra con l’entusiasmo di chi ignora la verità

Benito Mussolini passa in rassegna i fedelissimi

Genova – “Fascistissima”, ovvero “come nel 1926 Mussolini eliminò la libertà di stampa”, è un libro che può leggersi dalla fine. Il motivo per cui è necessario addentrarsi in una storia vecchia di 100 anni, l’autore, il giornalista del Secolo XIX Giovanni Mari, lo spiega nell’ultimo capitolo. Prende in prestito le parole di Piero Gobetti che, nel 1924, nel pieno della fascistizzazione dell’Italia, disse: «La stampa libera è la premessa della libertà politica. L’unica nostra forza è nella chiarezza delle idee, nell’intransigenza della critica, nella libertà della stampa».

Gobetti, filosofo, giornalista, editore, padre di quel liberalismo operaio che cercava di gettare un ponte tra libertà di impresa e movimento operaio, motore di un potenziale rinnovamento sociale. Ecco, Gobetti morì insieme alla libertà di informazione, nel 1926: lui, a 25 anni, in esilio a Parigi, per le conseguenze delle botte prese dalle camicie nere per la strenua difesa delle sue idee; la stampa schiacciata dalle leggi fascistissime e ancora prima dalla tenaglia che Mussolini strinse intorno ai giornali, ai giornalisti, agli editori che tentarono di resistere, e a quel mondo di intellettuali che dal risorgimento avevano reso interessante la cultura italiana di inizio secolo.