TREVISO - Ci sono giorni che si pensa non arrivino mai. Giorni che non si mettono in conto, in una vita. Per Luigi Bottacin, storico macellaio allo Stadio, quel giorno è il 30 giugno quando darà l’ultimo giro di chiave alla porta del suo negozio. Lì, proprio nella curva, lo aprì a fine giugno del 1976, giusto mezzo secolo fa sostenuto dalla moglie Ornella e dal collaboratore Michele Toscan. Quando il Put non si chiamava Put e le botteghe fiorivano e le proposte nei negozi di vicinato erano tutte nuove scoperte.
Riferimento in città Bottacin, nato a Santa Giustina in Colle da una famiglia di umili contadini e commercianti di bestiame, inizia fin da piccolo ad appassionarsi al lavoro tra campi e stalle. Un macellaio d’altri tempi che ha fatto di passione e lavoro una cosa sola. «Con grande tristezza è arrivato il momento di chiudere, io amo questo lavoro e la mia clientela a cui ho sempre dato il meglio». Profondo conoscitore della macelleria, precursore di un modo nuovo di mangiare la carne: sano, di qualità e sostenibile, concetto che non aveva allora bisogno di essere sbandierato. Portò nella Marca la razza piemontese, tanto da far parte del Coalvi, consorzio di tutela della razza piemontese che, in conformità con il suo disciplinare di etichettatura, certifica l’origine dei bovini.«Raro esempio di organismo deputato alla valorizzazione di un prodotto agricolo gestito direttamente dai produttori, 1400 allevatori» racconta fiero Bottacin. Lui che ha fatto della sua vita un lavoro e del lavoro la sua vita, in quel magico e fortunato incastro che rende un’esistenza piena e appassionata. «Ho tenuto aperto fino ad oggi perchè questo lavoro mi piace- spiega- e perchè ho pensato ai miei nipoti, e ai bambini e ai ragazzi come loro. E’ giusto che mangino carne sana e io sono sempre stato la loro garanzia. Questa scelta ha spiazzato i miei clienti, mi dicono di non sapere dove andare. Io sono triste, avrei voluto che questo giorno non arrivasse mai».Quando Bottacin arrivò allo Stadio i macellai in città erano 48, oggi se ne contano - fuori mura compreso - più o meno sette. «Nel mio percorso ricordo due persone, su tutti: il mio compagno di scuola elementare che oggi non c’è più, Edoardo Frasson. Diventò dirigente di supermercato e aprì il Pellicano qui in centro proprio nel 1976. Mi disse: “Luigi, io e te non ci faremo concorrenza. La tua proposta è un’altra cosa”, e così fu. E poi il dottor Capaldo che mi fermò quando pensavo di allargarmi prendendo un altro negozio. Mi disse “I diamanti si vendono nei piccoli negozi”. Mi salvò da un debito che, chissà, forse mi peserebbe ancora». Il resto è una storia fatta di quotidianità di grande qualità con carne certificata dal produttore al consumatore. Una filiera cortissima che ha fatto la differenza. La carne bovina Coalvi, la carne d’agnello, la tartare venduta in vaschetta, il prosciutto di D’Osvaldo. Tantissimi i trevigiani che in questi 50 anni sono passati di qua e che dal 30 giugno si sentiranno decisamente più soli.








