Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiSembra finito il tempo in cui l’accesso del Fisco ai conti correnti di cittadini e imprese somigliava molto a un automatismo burocratico. Con un’autorizzazione spesso generica, quasi una firma di cortesia su un modulo prestampato, l’Amministrazione finanziaria poteva scandagliare ogni singola transazione. A quel punto, la partita si spostava interamente a valle: il contribuente, schiacciato da una presunzione legale asimmetrica, si trovava nell’ingrato compito di dover giustificare ogni prelevamento, versamento o giroconto per dimostrare che non si trattasse di ricavi nascosti. Una difesa disperata, una rincorsa affannosa contro un avversario che aveva già in mano tutte le carte.
Ora questo squilibrio è stato radicalmente scardinato dalle ordinanze gemelle della quinta sezione civile della Cassazione (la n. 19956 e la n. 19960, depositate il 15 giugno 2026).
La Suprema Corte ha spento quel pilota automatico che guidava le indagini bancarie, stabilendo che senza un’autorizzazione preventiva, motivata e chirurgica, i dati finanziari raccolti diventano carta straccia, privando di qualsiasi valore l’intero accertamento.








