David Maitland Armstrong, pittore dilettante e console americano a Roma dal 1869 al 1873, racconta di aver trascorso gran parte della sua ultima estate italiana dipingendo a Venezia. San Marco, in particolare, lo aveva assorbito così tanto che per più di un mese non si era mosso da quel luogo «antico e miracoloso». Proprio così lo definisce Maitland nel suo diario scritto al ritorno negli Stati Uniti in cui, con la tenerezza del ricordo, ormai anziano e con una lunga vita di viaggi in Europa alle spalle, si sofferma a raccontare che in quella chiesa gli artisti erano dei privilegiati che potevano sedersi e dipingere dove volevano senza che nessuno li disturbasse: un luogo incantato dove si potevano lasciare in deposito tele e cavalletti addirittura nella sacrestia, che ormai sembrava più lo studio di un pittore che un luogo sacro.
«Non c’è mai stato un posto più bello in cui lavorare», queste le sue parole, che ci raccontano poi di artisti anglo-americani, per lo più minori e ormai dimenticati, che soggiornavano alla pensione Venturini e il giorno lo passavano sotto i portici del caffè Florian. Il tutto con una gran dovizia di nomi e particolari che restituiscono al meglio gli aneddoti di un tessuto artistico quasi del tutto sconosciuto, come quando un certo John Wharlton Bunney, che proprio in quei giorni stava lavorando alle illustrazioni de Le pietre di Venezia, gli raccontò che il grande John Ruskin, dall’alto della sua giovane fama, suggeriva a tutti i pittori o aspiranti tali di portare sempre con sé una matita e un foglio di carta, per non farsi mai trovare impreparati di fronte all’ispirazione di un luogo o di un monumento da ritrarre, salvo che lui stesso non li aveva mai e proprio a Bunney si doveva rivolgere, saccheggiandone l’attrezzatura, ogni qual volta sentiva impellente il bisogno di fare uno schizzo improvviso.








