«Segnali di fumo superficiali». Come si temeva la prima reazione del Dipartimento di Stato Usa al più grande pacchetto di riforme varato in Cuba è stata di scetticismo. «In ritardo, modeste e senza garanzia di cambiamenti sostanziali». La sentenza è di un alto funzionario.
Il presidente Trump ha aggiunto il suo solito carico: si tratta di una «tipica mossa» fraudolenta del vertice cubano. Gli Usa, cioè lo stesso The Donald, vogliono qualcosa di «molto più sostanziale» soprattutto a livello politico. Tradotto in chiaro: una resa. Dato che l’Avana non alza bandiera bianca, il tycoon ha ventilato «una possibile azione militare contro Cuba come quella attuata in Venezuela». Sembra un copione già scritto, seppur di una situazione assai pericolosa.
PERCHÉ IL GRANDE pacchetto di riforme varato giovedì è indice del successo della linea riformatrice del presidente Díaz-Canel, ma non che abbia il consenso convinto del grande corpo della burocrazia di partito, di governo e di Stato. Elementi che durante alcune decadi sono stati considerati come i pilastri dell’economia rivoluzionaria – come il monopolio del commercio estero e la centralizzazione delle forze produttive – sono stati smantellati. Di fronte a questa svolta due sono i pericoli: la pigra, ma onnipresente burocrazia cubana e la diffidenza degli investitori esteri che guardano a Washington prima di prendere decisioni. Se le sanzioni decise dall’amministrazione Trump – specie contro il potente gruppo industrial-militare Gaesa – continuano è difficile che vi sia una risposta significativa da parte del capitale internazionale. Da qui, il secchio di acqua gelata lanciata da Trump e dai suoi falchi costantemente in volo su Cuba.











