Un avvertimento non era più sufficiente. Bisognava alzare il tiro e, per questo motivo, sarebbe servito un gesto eclatante, compiuto alla luce del sole. Il tribunale della camorra aveva emesso una sentenza senza sconti: tutti a Casavatore dovevano sapere che, da quel momento in avanti, chi non avesse abbassato la testa sarebbe andato incontro a conseguenze drammatiche. Sta tutta qui l’odissea di due fratelli, costruttori edili dell’area nord di Napoli. Uno di loro, già reduce da un’escalation di minacce iniziata alcune settimane prima, si è ritrovato a essere affrontato in pieno centro città da uno degli uomini di punta del clan Amato-Pagano. Davanti alla sede del Comune, è stato colpito con schiaffi e calci. Un’aggressione condita da una richiesta, l’ennesima, il cui tenore non lasciava dubbi: «Mi devi dare la macchina, questa storia non finisce qua». Prima di uscire di scena, l’ultima umiliazione: uno sputo in faccia.
La «storia», invece, è finita alle prime luci di ieri. Un blitz, quello firmato da carabinieri e Dda, che ha portato all’esecuzione di due arresti eccellenti. All’appello manca però ancora Vincenzo Pagano, alias «Sce sce», fratello di Cesare, capoclan degli Scissionisti di Secondigliano da tempo immemore recluso al regime del carcere duro. Avellino, condanne al clan Cava: «Un pentito decisivo»La notizia della spedizione punitiva ha impiegato davvero poco ad arrivare alle orecchie dei militari della sezione operativa della compagnia di Casoria, che già il giorno seguente, il 29 aprile scorso, convocano le vittime per avere delucidazioni. I due imprenditori non si tirano indietro e, mostrando un coraggio fuori dal comune in certi ambienti, scoperchiano il vaso di Pandora. Quella che ne viene fuori è la descrizione di un’escalation di minacce e violenze, iniziata a gennaio e, almeno fino a quel momento, mai placatasi. Le indagini sono partite quindi in tempi record e i carabinieri, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Sergio Amato e del sostituto Giuliano Caputo, sono riusciti a chiudere il cerchio investigativo intorno ai primi tre presunti responsabili, per i quali il gip Gabriella Logozzo, accogliendo la linea della Procura, ha disposto la custodia cautelare in carcere. Con l’accusa di tentata estorsione aggravata dal metodo e dalla finalità mafiosi, ieri mattina sono finiti in manette Lino Caiazza, quarantaduenne figlio del ras di Melito conosciuto come «zio Pierino», ed Elpidio Patricelli, genero del capozona di Casavatore Ernesto Ferone, storico alleato del clan degli Scissionisti. I militari dell’Arma sono invece ancora sulle tracce del sessantaduenne Vincenzo Pagano: quando hanno bussato alla sua porta di casa, di lui non c’era già più traccia. Racket in video A incastrare il trio di aguzzini i fotogrammi delle telecamere cittadine e l’occhio elettronico di un negozio, che hanno ripreso in diretta l’aggressione subita dal costruttore nella piazza del Municipio in seguito all’iniziale richiesta «di mettersi a posto con gli amici di Casavatore» scattata a gennaio. Dopo quel passaggio e la decisione di non assecondare il diktat, Patricelli decide di alzare il tiro dicendo loro «che non avevano avuto un buon comportamento nei confronti della famiglia». Colpo al clan della camorra, confiscati beni per 3 milioniAgli atti dell'inchiesta, oltre alle circostanziate denunce delle vittime, c'è anche la ricostruzione di un altro dettaglio indicativo dello spessore criminale dei tre indagati e della loro spregiudicatezza: una videochiamata in vivavoce effettuata in mezzo alla strada da Patricelli. Dall'altro lato dello schermo c'era Lino Caiazza che, direttamente da Melito, intimava alle vittime di cedere l’Audi Rs3 - auto sportiva dal valore commerciale di oltre 80mila euro - per «mettersi a posto con la famiglia». Un assedio totale, interrotto solo dal tempestivo intervento dello Stato. Ora è caccia aperta per rintracciare l’irreperibile «Sce sce», mentre per i suoi complici si aprono le porte del carcere.











