Alla maxi inchiesta sulle infiltrazioni camorristiche negli appalti pubblici aveva contribuito anche una denuncia della ferrarese Copma. L’altro ieri, al termine di uno dei filoni giudiziari di questa articolata vicenda, il tribunale ha condannato dieci tra vertici e gregari del clan D’Alessandro di Casellammare di Stabia (nel Napoletano), con pene che vanno dai sei ai dodici anni in rito abbreviato. Il giudice Francesco Guerra ha inoltre condannato gli imputati a risarcire il danno alla cooperativa estense (da stabilirsi in separato giudizio) indicando però sin da subito una provvisionale da diecimila euro. L’avvocato Fabio Anselmo, legale di Copma (costituita parte civile), si è detto "soddisfatto. Ho fatto soltanto il mio lavoro".

Per capire i fatti al centro del processo appena concluso bisogna riportare indietro le lancette. Tutto nasce nel 2021 quando l’azienda ferrarese ottiene l’appalto delle pulizie all’ospedale di Castellammare di Stabia e assorbe i dipendenti della ditta che effettuava il servizio in precedenza. Fra questi lavoratori ci sarebbero stati i familiari di alcuni esponenti del clan D’Alessandro e una parente del boss Paolo Carolei. Stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, sarebbero nati dei dissapori tra i parenti degli affiliati in merito alla suddivisione del monte ore. Per ricomporre la situazione sarebbe così intervenuto direttamente il Carolei. La diatriba sarebbe poi sfociata in un episodio di violenza, che ha fatto allarmare Copma, all’oscuro di quanto stava accadendo. A seguito della denuncia di Copma fu avviata un’inchiesta che sfociò nel processo al clan D’Alessandro di Castellammare. Il processo era partito l’8 aprile davanti al tribunale di Torre Annunziata. Il capo d’imputazione principale è l’associazione a delinquere di stampo mafioso.