Tradotta e diffusa in tutta Europa, la Brevissima relazione della distruzione delle Indie, scritta nel 1552 da Bartolomé de las Casas denunciò senza attenuanti le atrocità della colonia spagnola, incrinando per sempre la legittimità della Conquista, mentre descriveva la fuga degli indigeni verso le montagne per sottrarsi a uomini «feroci come bestie». Nel quadro di una violenza normalizzata da dinamiche economiche e politiche, «bestialità» era il termine giusto per descrivere le «infinite e orribili azioni» dei conquistatori spagnoli: su questa immagine – e su questo lessico – interviene il Libro centroamericano dei morti del messicano Balam Rodrigo (traduzione di Carolina Mauriello, Ensemble, pp. 282, € 18,00), proposto in edizione bilingue, che alterna coordinate geografiche, mappe, fotografie, prosa e versi, dando vita a un mosaico di voci diverse.

Elena Ritondale, che ne firma l’introduzione, paragona il libro a una Spoon River centroamericana: uomini, donne e bambini migranti prendono la parola, talvolta dopo aver perso la vita mentre inseguono il sogno americano. Alle loro voci si affianca quella dell’autore che «con tutta la mia rabbia e indignazione» racconta l’odierno inferno tra machete e narcos, seguendo la lunga tradizione che il Chiapas ha coltivato di poesia sociale e testimoniale. I versi nascono dall’esperienza diretta dell’autore, la cui famiglia, tra gli anni ’70 e i ’90, accoglieva migranti centroamericani «che hanno vissuto, hanno mangiato, e hanno sognato tra i pilastri di casa mia».