La Generazione Irraggiungibile. Appena letto il titolo, immagino, avete pensato alla vanagloria di noi boomer (come noi, non c’è nessuno!). Sospetto legittimo, ma conclusione sbagliata. Generazione irraggiungibile in senso letterale: nessuno sapeva dove fossimo, soprattutto d’estate.Da bambini, uscivamo al mattino e tornavamo per pranzo, scomparivamo di nuovo e riapparivamo all’ora di cena. Durante l’adolescenza, spesso, saltava anche la pausa-pranzo in famiglia. Dai diciott’anni in su, la sparizione era a tempo indeterminato. Uscivamo di casa, e chi s’è visto s’è visto.
Ricordo splendide giornate all’oratorio San Luigi: solo uno di noi veniva tenuto sotto controllo, perché il suo balcone s’affacciava sul campo di calcio. Ricordo uscite di due o tre giorni con gli scout: si telefonava a casa solo in caso di emergenza (che non mancava, bisogna dire). Ricordo, dopo l’esame di maturità, il viaggio con pulmino Volskwagen fino al Circolo Polare Artico (avevamo la patente da pochi mesi, eppure siamo tornati indietro). Una telefonata a casa alla settimana, a turno. Poi i genitori chiamati passavano l’informazione agli altri: sono ancora vivi.A vent’anni, traversata degli Usa in camper, dalla Pennsylvania alla California e ritorno. Chiamavo casa dalla Death Valley e mamma Carla si limitava a dire: «Death Valley, valle della morte? Ma che brutto nome. Va be’, divertitevi, noi stiamo per uscire, ci sentiamo eh».







