In questi giorni in cui inauguravo l'anno con una nuova classe di quattordicenni ho incontrato tre ex-alunni, guarda caso tre tornate di maturità: 30, 25 e 20 anni. Questi incontri mi hanno fatto riflettere sull'unità di misura che segna il tempo di noi insegnanti: il lustro, cinque anni, dal primo di superiori alla maturità. Un lasso di tempo che sembra segnare anche i cambi di generazione. Se prima si contavano in quarti o quinti di secolo ora le generazioni paiono mutare ogni lustro, tanto che lo stesso studente ventenne, raccontandomi un episodio di interazione con alcuni quindicenni, si diceva profondamente diverso da loro alla stessa età. Ma di che cambiamento parliamo? Che cosa cambia e che cosa rimane uguale? E noi che re(si)stiamo in cattedra che cosa abbiamo da dire o da dare a ragazzi che mutano così rapidamente? Alla domanda che mi viene rivolta spesso: come sono i ragazzi di oggi? Rispondo: come sempre, come te e me alla loro età. La risposta spiazza, convinti come siamo che l'unico tempo esistente sia quello lineare e dettato dall'accelerazione del progresso. Allora, parlando di «lustri» (dal latino lavare: la lustratio era il rito di purificazione della città dai mali che nell'antica Roma avveniva ogni cinque anni), provo a «illustrare» (pulire: rendere chiaro) qualche punto oscuro del rapido divenire che rende più evidente ciò che invece non cambia mai.
Non cambi mai | Alessandro D'Avenia
Che cosa hanno in comune le «generazioni»? Ultimo banco, la rubrica di Alessandro D'Avenia








