Ronaldinho, uno dei giocatori più iconici della storia recente del pallone, tornerà in campo per una partita evento a Ravenna“C’era un tempo in cui gli dèi, quando gli dèi contavano, inventarono la palla, la chiamarono sfera e cominciarono a giocare con lei”: Lucio Dalla, quasi che la voce di tante sere dei miracoli fosse finita a saltellare e correre sulle lettere di una tastiera, iniziava così il suo ‘Sul gioco del calcio’ (ed. Henry Beyle). E da quella sfera, scagliata da Plutone verso una Terra di macerie e miserie umane e povertà estreme, sarebbe poi nato, nella narrazione, un eroe: Diego Maradona.

Perché se il nostro è un Paese che vive di calcio e muore di calcio (l’ecatombe Mondiale ne è la rappresentazione plastica, ci sono bambini e ragazzi che manco sanno cosa significhi la Coppa), spesso sono i campioni e gli eroi di quel calcio a essere simboli. A incarnare lo spirito delle comunità. A ritrarne vizi e virtù. Dall’epoca pionieristica e operaia di Giuseppe Meazza alle aperture globali di Pelè, dalla bella faccia di Giacomino Bulgarelli al calcio totale di Johan Cruijff, da Maradona (vera e propria anima di Napoli) al divin codino Roberto Baggio (ma cosa fu per Bologna in quel ’97-’98), da Ronaldo, il Fenomeno, a Ronaldinho, ieri e oggi. L’uomo dei due secoli che dopo Milano e l’Italia adesso infiamma Ravenna. Nell’epica, l’eroe non combatte per se stesso, ma per salvare e proteggere la comunità. Incarna i valori del popolo e sacrifica i propri interessi per il bene collettivo. Molto romantico, decisamente troppo, se pensiamo al calcio di oggi stritolato dal digital marketing, certo; ma anche attuale, in una dimensione dove la credibilità delle istituzioni è messa sempre più in discussione e dove, dunque, gli “eroi” trascinano le masse alla velocità di un clic.