Da quando le barche sono state trascinate ad Ashdod e i contatti si sono interrotti uno dopo l’altro, abbiamo vissuto dentro un limbo fatto di voci, screenshot, frammenti di aggiornamenti passati di chat in chat. Nessuno ha più saputo nulla di cosa stesse succedendo ai nostri compagni e alle nostre compagne, e solo ora ci viene comunicato, finalmente, che li stanno trasferendo nel deserto del Negev, verso il carcere di Ketziot, uno dei più grandi e più duri complessi detentivi del Paese. Costruito proprio vicino al confine con Gaza, è stato utilizzato per decenni per la detenzione dei prigionieri palestinesi e numerose organizzazioni per i diritti umani l’hanno collegato a torture, abusi sistematici, detenzioni arbitrarie e sparizioni. I legali di Adalah ci informano che i consolati hanno subito chiesto di poterli vedere e che anche loro stanno aspettando il permesso di entrare.Mentre noi proviamo a metabolizzare queste notizie, Roma si prepara a scendere in piazza e in tutta Italia migliaia di persone iniziano a riversarsi nelle strade, nei presidi, nei cortei, nelle assemblee spontanee, perché ormai non c’è nemmeno più bisogno di spiegare che quello che sta accadendo nel Mediterraneo non riguarda soltanto quarantatré piccole barche a vela. Riguarda tutti. Riguarda il diritto di opporsi a un genocidio. Riguarda il confine oltre il quale la società civile smette di accettare il silenzio, la complicità e l’impotenza come un destino inevitabile.La città viene letteralmente invasa da una marea umana. Due milioni di persone attraversano la capitale in uno dei cortei più grandi che si siano visti negli ultimi anni. Uno sciopero generale nazionale che diventa qualcosa di molto più grande di una mobilitazione sindacale: una presa di posizione collettiva, emotiva, politica, umana. Le strade sono piene ovunque, piene fino a perdere la percezione dell’inizio e della fine del corteo, attraversate da un fiume continuo di bandiere palestinesi, striscioni, cartelli scritti a mano, kefiah, cori, mani alzate. Attorno a noi le persone non fanno altro che avvicinarsi. Ci fermano. Ci abbracciano. Piangono. Ringraziano. Perché, continuano a dirci, li abbiamo risvegliati. Perché qualcuno, finalmente, ha avuto il coraggio di riportare Gaza davanti agli occhi del mondo mentre quasi tutti cercavano di distogliere lo sguardo. E quella convinzione sembra essere ovunque, la si percepisce nei volti, nelle mani che si stringono, nella rabbia e nella tenerezza che convivono nella stessa piazza. Roma sembra respirare all’unisono e noi ci sentiamo anche un po’ a disagio di fronte a tutto quest’affetto, imbarazzati, disorientati.Continuiamo a ripetere a chiunque ci si avvicini che noi non siamo al centro di questa storia, che è Gaza a essere al centro, è la Palestina a essere al centro. Che la storia sono i palestinesi che resistono da decenni sotto occupazione, assedio, bombardamenti, carcere, fame, esilio. Che noi siamo soltanto strumenti, persone che hanno scelto di usare il proprio privilegio – il passaporto giusto, la possibilità di muoversi, di parlare, di essere ascoltati dai media occidentali – per amplificare una verità che esisteva già. E averlo fatto non è assolutamente sinonimo di eroismo, anzi, è proprio l’idea stessa dell’eroe che rifiutiamo, perché troppo spesso viene usata per raccontare che soltanto persone eccezionali, straordinarie, quasi irraggiungibili possano provare a cambiare le cose.
La missione di riportare Gaza nella storia - L'estratto dal libro di Maria Elena Delia
La spedizione, i retroscena e le emozioni della straordinaria mobilitazione intorno alla Global Sumud Flotilla nel libro della portavoce italiana del movimento








