Nell’estate del 1926, New York fu sconvolta dall’isteria collettiva per il funerale di un trentunenne italiano, Rodolfo Guglielmi. Quasi centomila persone si riversarono nelle strade per dare l’ultimo addio al loro mito: ma l’uomo per cui decine di fan svennero sotto il sole (mentre alcune, si dice, tentarono il suicidio) per l’America era sempre stato solo Rodolfo Valentino. O meglio, Rudolph, non certo il classico eroe americano, biondo e muscoloso. Con sguardi obliqui, magnetismo esotico e posture di languido machismo, quel giovane pugliese aveva spiazzato i produttori, indignato molti uomini e ammaliato ogni spettatrice. Con le donne affinò inimitabili tecniche di seduzione: grazie a loro, portò all’apice la sua carriera.
Rodolfo Valentino, il mito di sempre: dalla Puglia a New York
Nato nella piccola borghesia di Castellaneta nel 1895, dopo il diploma in agraria Rodolfo esplorò la vita bohémienne di Parigi: andò sul lastrico, ma imparò a ballare il tango e vestirsi come un divo. Rientrato in Italia fu la madre, sua prima benefattrice, a comprargli un biglietto di seconda classe per New York (una volta imbarcato, Valentino riuscì però a farsi spostare nel comfort della prima classe). Da giardiniere a cameriere, tanti furono i lavori con cui dovette mantenersi prima di debuttare al ristorante e cabaret Maxim’s come “taxi dancer”, ballerino a pagamento per signore. Il suo charme lo inserì nei salotti dell’alta società, ma il coinvolgimento nel divorzio di una ricca socialite cilena gli procurò guai giudiziari: dopo aver testimoniato contro il marito della donna, fu fatto arrestare con accuse pretestuose.






