Forse il latin lover dimostra che non tutti gli stereotipi sono presi dalla realtà. E forse lo dimostra anche l’uomo a cui questa definizione si ispira: Rodolfo Valentino, morto il 23 agosto di un secolo fa. Si tratterebbe di quegli uomini focosi, pieni di profumo, eleganti nel vestire e nei modi, appassionati, romantici, che non mollano con galanteria e pressione educata ma inesorabile la donna che vogliono sedurre perché innamorati. Rodolfo Valentino è stato il capostipite, nel senso che nei suoi film - nei suoi occhi, nelle sceneggiature silenziose scritte apposta per lui - rappresentava un genere di uomo che forse esisteva pure un po’, ma che la definizione divistica ha reso mitologico. Valentino era italiano, e questo pare bastasse a far impazzire le donne, e sarebbe stato lo stesso se fosse stato spagnolo, greco o uno qualsiasi di quegli uomini del bacino del Mediterraneo che sembravano non occuparsi d’altro che della passione d’amore, del conteggiare la capacità di ripetere i gesti dell’amore.
Il latin lover, per quanto riguarda nello specifico Rodolfo Valentino, per il quale era stata coniata questa definizione, aveva anche una caratteristica che valeva per gli americani, anzi per le donne americane che accorrevano ai suoi film: era lo straniero, l’esotico, era come noi ma non era proprio come noi, perché portava con sé tratti evidentemente genetici della sua terra, una capacità di desiderio che gli americani (secondo lo stereotipo) nemmeno potevano sognare. E infatti i successi nascevano interpretando vari personaggi di vari Paesi, con una genericità che soltanto gli americani sono capaci di concepire: i film più famosi lo videro nei panni di uno sceicco o di un torero. Ma a prescindere da chi interpretasse - un italiano, uno spagnolo, un arabo, tutti focosi e irresistibili - era anche il suo modo di fare a essere diventato mitico: il taglio di capelli che tutti imitavano, lo sguardo tenebroso, la leggenda che lo seguiva come un’ombra in ogni angolo d’America.






