Non tutte le barriere coralline stanno cedendo allo stesso modo. Mentre il riscaldamento degli oceani, gli sbiancamenti di massa e le tempeste tropicali ridisegnano alcuni tra gli ecosistemi più fragili del pianeta, una nuova ricerca individua una geografia inattesa della “resistenza”: quasi 166 mila chilometri quadrati di reef che potrebbero sopravvivere agli effetti della crisi climatica in atto o riuscire addirittura a rigenerarsi, anche dopo gli eventi più estremi.Una superficie tre volte più vasta di quanto stimato finora, distribuita tra 71 Paesi e 100 territori, che non autorizza slanci d’ottimismo, certo, ma incrina quanto meno una certezza: il destino dei coralli potrebbe non essere scritto, quanto meno non ovunque su scala globale. E proprio da queste “banche viventi”, icona di resilienza per certi versi insospettabile, potrebbe cominciare la difficile ricostruzione degli oceani di domani.
Sabrina Speich e Piero Ugliengo: la vita del mare, dal mare la vita
L’evidenza arriva da una nuova ricerca, che ha analizzato 45.000 rilevazioni sui coralli, confrontandole con decenni di dati climatici e oceanografici. Sono state così identificate barriere resilienti nelle acque di 71 differenti Paesi del mondo e in 100 territori, comprese alcune aree dei Caraibi e degli oceani Pacifico e Atlantico che finora non erano state riconosciute come particolarmente resistenti.“Le barriere coralline vengono spesso descritte come ecosistemi ormai impossibili da salvare. – spiega Emily Darling, direttrice della conservazione dei coralli presso la Wildlife Conservation Society e coautrice del rapporto, di prossima pubblicazione – La nostra ricerca dimostra invece che esistono ancora aree nelle quali concentrare gli interventi: ciò che manca – rileva - è soprattutto la volontà politica”.












