Le barriere coralline (reef, in inglese) sono in condizioni molto più critiche di quanto finora creduto. A lanciare l’allarme, dalle pagine di Nature Communications, è uno studio coordinato dai ricercatori dello Smithsonian: oltre la metà di questi ecosistemi nel mondo è stato devastato dall’aumento della temperatura dei mari avvenuta tra il 2014 e il 2017. Un danno enorme, e non solo ambientale: come ricordano gli autori, infatti, attorno alle barriere coralline ruotano molte attività umane - dalla pesca al turismo, e persino la ricerca farmaceutica -, per un valore complessivo di 9,8 trilioni di dollari ogni anno.

Hawaii: senza turisti la barriera corallina è rinata

Il riscaldamento globale causa il divorzio tra coralli e alghe

Il fenomeno fotografato dagli esperti è il cosiddetto bleaching, o sbiancamento delle barriere coralline. Quelli che chiamiamo coralli sono in realtà la casa di animaletti marini (chiamati polipi, simili a piccolissime meduse) organizzati in colonie, che ospitano nella loro dimora delle altrettanto piccole alghe, che sono poi le responsabili del colore delle barriere. Si tratta di una convivenza che offre vantaggi reciproci: le alghe, ben protette dal corallo, sfruttano la luce del sole per produrre energia e nutrire anche i polipi del corallo. Il problema sorge quando la temperatura dell’acqua aumenta troppo: i polipi si stressano e sfrattano le alghe. Il divorzio tra polipi e alghe fa diventare bianchi i coralli, che oltretutto, essendosi privati di un importante supporto energetico, fanno fatica a crescere e riprodursi. Possono anche morire se lo stress termico è troppo intenso o prolungato.