Da settimane la Bolivia vive al ritmo dei blocchi stradali. Sulle principali arterie che attraversano il Paese si sono accumulati camion e autobus fermi e lunghe file di veicoli in attesa di poter ripartire. Molte città sono alle prese con serie difficoltà nell’approvvigionamento di carburante, alimenti e medicinali. Le organizzazioni imprenditoriali parlano di danni economici enormi. I manifestanti sostengono invece di non avere altra scelta per costringere il governo ad ascoltare le loro richieste.
Nella notte tra venerdì e sabato, dopo oltre cinquanta giorni di proteste e circa quarantacinque di blocchi, il presidente Rodrigo Paz ha deciso di compiere il passo che gran parte del Paese attendeva o temeva.
All’1.30 del mattino è apparso in televisione insieme ai ministri del suo governo per annunciare la proclamazione dello stato di emergenza su tutto il territorio nazionale.
«Abbiamo cercato la pace fino all’ultimo momento», ha dichiarato. «Abbiamo sempre creduto che la capacità di un governante non si misuri dalla forza, ma dalla capacità di evitarla. Ma arriva un momento in cui non agire smette di essere prudenza e diventa irresponsabilità».
Poche ore prima l’esecutivo aveva raggiunto un accordo con la Centrale operaia boliviana (Cob), il più importante sindacato del Paese, sulla sospensione delle misure di protesta promosse dalla centrale e la riapertura del dialogo con il governo. Ma la crisi non si è fermata.










