Non è stato un dibattito soltanto su ospedali, ambulanze o medici di base. Il confronto pubblico “Sanità, Territorio, Futuro”, svoltosi ieri in piazza Fosso a Longobucco e promosso dalla Camera del Lavoro CGIL, si è rapidamente trasformato in una riflessione sul destino delle aree interne della Calabria, sulla possibilità di continuare a vivere nei piccoli comuni di montagna senza sentirsi cittadini di serie B e sul rapporto sempre più stretto tra diritto alla salute, contrasto allo spopolamento e prospettive di sviluppo delle comunità locali.

Le parole di Stasi e Baratta

Ad aprire i lavori è stato il giornalista Natalino Stasi, che ha immediatamente collocato il tema sanitario dentro una dimensione più ampia, sostenendo che “quando si parla di aree interne non si parla solo di ospedali e di medicina, ma soprattutto del diritto di restare in questi paesi, della possibilità per le giovani famiglie di continuare a vivere in luoghi di montagna come Longobucco e, inevitabilmente, si parla di futuro”. Stasi ha quindi posto al centro del confronto la domanda che avrebbe accompagnato l’intera serata, interrogandosi se quanto fatto finora sia sufficiente e soprattutto “quale futuro immaginiamo per la sanità dei piccoli comuni», ricordando che «il diritto alla salute non può dipendere dal luogo in cui si vive”. Ripercorrendo le battaglie degli ultimi anni, il responsabile della Camera del Lavoro CGIL di Longobucco, Antonio Baratta, ha ricordato che “le nostre rivendicazioni sono sempre state tre: una guardia medica H24, un medico di base e un’ambulanza”, spiegando come il territorio abbia organizzato nel tempo manifestazioni, incontri istituzionali e iniziative di protesta culminate con l’occupazione per oltre quindici giorni del Consiglio comunale. Baratta ha evidenziato come proprio quella mobilitazione abbia contribuito ad accendere i riflettori sulla situazione di Longobucco, ma ha anche avvertito che le innovazioni introdotte negli ultimi mesi non possono essere considerate risolutive. “La telemedicina può salvare la vita alle persone, ma non è il toccasana della sanità delle aree interne”, ha affermato, aggiungendo che “il toccasana è avere specialistica e servizi all’interno dei poliambulatori, perché noi viviamo una condizione di isolamento che probabilmente altri comuni non hanno e abbiamo una popolazione ultra sessantacinquenne che supera il 30 per cento”. Il sindacalista ha inoltre richiamato l’attenzione sulle Case di Comunità, osservando che “fare una Casa di Comunità significa poi riempirla di medici, specialisti e infermieri, altrimenti rischiamo di lasciare delle scatole vuote”.