Un momento della presentazione del report con Francesco Morra, ANCI Campania, Wanda Ferro, Sottosegretaria di Stato al Ministero dell’Interno, Gaetano Manfredi, Sindaco di Napoli e Roberto Montà, Presidente Avviso Pubblico
Come ogni anno leggere il dato che emerge dal report Amministratori sotto tiro è un pugno allo stomaco: in Italia c’è una minaccia ogni 28 ore. A dirlo è l’associazione Avviso Pubblico, che da 16 anni monitora gli atti intimidatori, di minaccia e di violenza contro sindaci, assessori, consiglieri comunali e municipali, amministratori regionali e dipendenti della pubblica amministrazione.Nel 2025 gli episodi censiti sono stati 309, un numero che segna un leggero calo del 6% rispetto al 2024, quando erano stati 328. Questo è anche il numero più basso registrato in tutti i 16 anni di monitoraggio del fenomeno e, a una prima lettura, sembrerebbe quindi una buona notizia. Come spesso accade però, i dati vanno letti più a fondo. Perché se da un lato diminuiscono gli atti intimidatori, dall’altro aumenta il numero dei territori coinvolti.Nel 2025 infatti sono stati interessati 215 Comuni, il 4% in più rispetto all’anno precedente, e 72 province, anche in questo caso il 4% in più rispetto al 2024. Cresce anche il numero delle regioni coinvolte: sono 18, con Trentino Alto Adige e Molise uniche realtà a non comparire nel monitoraggio.Il fenomeno quindi cala nei numeri assoluti ma si distribuisce su un territorio più ampio ed è proprio questo il primo elemento da tenere presente: le intimidazioni agli amministratori locali non sono un problema circoscritto ad alcune aree del Paese e non riguardano solamente i territori storicamente segnati dalla presenza mafiosa. Spesso su queste pagine ci ritroviamo a ribadire questo concetto, sia che si parli di mafie che di caporalato. Leggi anche: Legge sul caporalato: il caso Veneto a dieci anni dalla riformaDove avvengono le minacceLa Puglia è la regione più colpita nel 2025, con 51 casi censiti, il 24% in più rispetto all’anno precedente. Seguono Campania, con 37, Sicilia, con 35, e Calabria, con 32. Sono territori che, come sappiamo, hanno una lunga storia di presenza delle mafie tradizionali, ma il rapporto mostra anche un dato ormai evidente da anni: il Centro-Nord non è affatto immune.La Lombardia, con 30 casi e un aumento del 58% rispetto al 2024, è la regione più colpita dell’area centro-settentrionale. Subito dopo vengono Veneto e Lazio, entrambi con 22 episodi. A livello provinciale, Napoli torna ad essere la provincia più colpita, con 16 casi distribuiti in 11 Comuni. Seguono Lecce, Palermo, Reggio Calabria, Cosenza, Agrigento e Padova, che nel 2025 registra 10 casi.Il dato di PadovaIl dato padovano è purtroppo interessante anche se guardato nel lungo periodo. Dal 2010 al 2025, infatti, Padova è la provincia più colpita del Nord-Est, con 76 episodi censiti. Dal caso della sindaca di Rubano (PD) Chiara Buson, minacciata verbalmente nel luglio scorso da una donna fino all’episodio inquietante che ha coinvolto il sindaco di Vigonza Gianmaria Boscaro, finito nel mirino dopo l’esecuzione di una sentenza su un abuso urbanistico. Oltre al primo cittadino furono incendiate anche due auto ad un funzionario comunale. “Si pensa che siano episodi confinati al Sud o legati alle mafie - aveva commentato a Il Gazzettino Boscaro all’epoca dei fatti -. Invece anche qui, al Nord, ci sono pressioni forti. E proprio il Veneto dal 2010 al 2025 ha registrato 252 atti intimidatori e 100 Comuni coinvolti. Non siamo quindi davanti a un’anomalia, ma a un elemento che si inserisce dentro un quadro più ampio, che riguarda la presenza delle mafie al Nord, la pressione sugli enti locali e la difficoltà di riconoscere fino in fondo questi fenomeni quando non assumono le forme più tradizionali o più visibili.Lo dicevamo anche analizzando la relazione della Direzione investigativa antimafia: le intimidazioni contro sindaci, consiglieri, assessori o tecnici delle amministrazioni locali sono un fenomeno da osservare con attenzione, sia quando avvengono offline, sia quando passano attraverso i canali digitali. Il punto infatti non è solo la quantità delle minacce, ma il loro significato politico e sociale.I sindaci sono i più colpitiL’84% delle intimidazioni censite nel 2025 è di tipo diretto. Significa che la minaccia colpisce la persona: un sindaco, un assessore, un consigliere, un dipendente comunale, un dirigente, un funzionario pubblico. Nel restante 16% dei casi la minaccia è invece indiretta: vengono colpiti municipi, uffici comunali, mezzi pubblici, strutture legate ai servizi oppure familiari degli amministratori.Tra i soggetti più colpiti ci sono ancora una volta gli amministratori locali, che rappresentano il 77% delle intimidazioni dirette. Dentro questa categoria, i più esposti sono i sindaci, coinvolti nel 68% dei casi. Il dato è in aumento di 7 punti percentuali rispetto al 2024.Non stupisce. Soprattutto nei Comuni piccoli e medi, il sindaco è spesso la figura più riconoscibile dell’amministrazione. È la persona a cui ci si rivolge per i problemi quotidiani, dalle strade ai rifiuti, dalle case popolari ai servizi sociali, dalla sicurezza alle decisioni urbanistiche. È, in molti casi, il volto più immediato dello Stato. E proprio per questo diventa anche il bersaglio più esposto.Come si intimidisceGli incendi restano ancora la tipologia di intimidazione più frequente: rappresentano il 19,5% dei casi, quindi circa uno su cinque. Seguono lettere, biglietti e messaggi intimidatori, con il 17%, social network, con il 15%, e minacce verbali o telefoniche, sempre con il 15%.Anche qui però la distribuzione territoriale cambia molto. Nel Mezzogiorno e nelle Isole gli incendi sono la prima forma di intimidazione, con il 29,5% dei casi. Nel Centro-Nord, invece, prevalgono lettere e messaggi minatori, che rappresentano il 28,5% delle intimidazioni, mentre al Sud e nelle Isole non arrivano al 10%.È una distinzione importante perché racconta linguaggi diversi della minaccia. In alcune aree prevale ancora la forma più materiale e visibile: l’auto incendiata, il mezzo comunale danneggiato, il fuoco come segnale pubblico. In altre, invece, la pressione passa più spesso da lettere anonime, messaggi, social network e minacce personali. Cambia la forma, ma non cambia l’effetto: isolare chi amministra e far capire che alcune decisioni possono avere un costo.Il rapporto segnala inoltre che il 16% delle minacce dirette e indirette ha coinvolto donne amministratrici. Il dato è in calo di due punti rispetto al 2024, ma resta significativo. Per le amministratrici quasi un caso su quattro passa attraverso i social network, seguiti dagli incendi e dalle minacce verbali. Anche questo è un elemento da non sottovalutare, perché la violenza politica contro le donne tende spesso a intrecciare il ruolo pubblico con l’attacco personale.Leggi anche: Amministratori sotto tiro: quasi una minaccia su cinque rivolta ad una donnaE poi ci sono le mafie. Nel 2025 il 15% dei 309 casi censiti è avvenuto in Comuni che in passato sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose. Gli episodi hanno coinvolto 35 Comuni. Dal 1991, anno dell’introduzione della normativa sullo scioglimento degli enti locali per condizionamento mafioso, al 31 marzo 2026 sono stati 404 gli enti colpiti da provvedimenti di questo tipo.Nel solo 2025 sono stati sciolti dieci enti locali: Caserta, Marano di Napoli e Poggiomarino in Campania; San Luca, Casabona, Badolato e Altomonte in Calabria; Tremestieri Etneo e Paternò in Sicilia; Aprilia nel Lazio.Questo però non esaurisce il quadro. Uno degli aspetti più interessanti del rapporto è infatti il peso delle intimidazioni che arrivano da comuni cittadini. Nel 2025 sono state il 26% del totale, sostanzialmente in linea con il 25% registrato nel 2024. In quasi quattro casi su dieci, queste minacce nascono dal malcontento per una scelta amministrativa: una decisione urbanistica, un’opera pubblica, la posa di un’antenna, l’abbattimento di alberi, un provvedimento comunale contestato.Un altro 19% arriva da estremisti o sedicenti tali, spesso con simboli riconducibili tanto all’anarchia quanto al fascismo. Un ulteriore 19% è invece legato a forme di disagio sociale, come la richiesta di un sussidio economico o di un posto di lavoro.Questo non significa mettere tutto sullo stesso piano. Una minaccia mafiosa, una minaccia politica e una minaccia nata da disagio sociale hanno origini, obiettivi e conseguenze diverse. Però il dato ci dice che il rapporto tra cittadini e istituzioni locali è sempre più esposto a forme di conflitto diretto, personale, a volte violento. E questo riguarda anche la qualità della nostra vita democratica.Sedici anni di intimidazioniAllargando lo sguardo, dal 2010 al 2025 Avviso Pubblico ha censito 6.025 atti intimidatori, di minaccia e violenza contro amministratori locali e personale della pubblica amministrazione. La media è di 376 episodi l’anno, 31 al mese, uno al giorno.Il 57% dei casi è stato registrato nelle quattro regioni in cui sono nate le mafie storiche: Sicilia, Calabria, Campania e Puglia. La Sicilia è la regione con il numero più alto di episodi nel periodo considerato, 948, seguita da Calabria, Campania e Puglia. Ma, come abbiamo visto, anche le regioni del Centro e del Nord compaiono stabilmente nel monitoraggio.In totale, in questi sedici anni, gli atti intimidatori sono stati registrati in 1.736 Comuni italiani, il 22% del totale. Più di un Comune su cinque, quindi, almeno una volta è finito "sotto tiro". Il rapporto di Avviso Pubblico ci restituisce quindi una situazione in chiaroscuro: da un lato il numero complessivo degli atti intimidatori è sceso al livello più basso dall’inizio del monitoraggio, dall’altro però aumentano i Comuni, le province e le regioni coinvolte. Il fenomeno sembra meno intenso, ma più diffuso e in particolare bisogna concentrare lo sguardo anche nelle zone meno considerate dal punto di vista della violenza, senza nascondersi dietro a frasi fatte.










