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Caro Direttore, quando mio figlio Giovanni mi ha suggerito di scrivere sull’avvilente situazione della nostra Lazio, non immaginavo certo di provocare uno tsunami. E tu, caro Capezzone, da poco ritrapiantato a Roma, mi hai incoraggiato subito, dicendo che quella era ormai l’aria che respiravi ogni giorno. Avevi ragione. Forse serviva proprio la voce di un vecchio raccattapalle della Lazio dei tempi di Juan Carlos Lorenzo per dare parole e forza, ad una comunità disorientata, arrabbiata, incredula. Una comunità senza età, che si riconosce nella nostra squadra e che, come nella celebre fiaba di Andersen, ha visto che il re è nudo. Nessuno glielo aveva mai detto così a cuore aperto. Dai bar di Ponte Milvio alle nostre periferie, fino ai palazzi del potere; nelle banche, nelle aziende, nei grandi fondi internazionali, tra le più importanti famiglie di Roma, per non parlare del clima che si respira in Forza Italia e, trasversalmente, in tutti i partiti, nella Lega calcio ed in Figc. Da quel momento è partito un tam tam che ci unisce tutti: una mobilitazione genuina, leale, signorile, che spingerà fatalmente l’azionista di maggioranza, attraverso una protesta civile e fantasiosa, a prendere atto della sua crescente solitudine.