Per il mercato del gas naturale il 2026 doveva essere il primo anno in cui la tanto attesa oversupply avrebbe iniziato a manifestarsi: un aumento dell’output globale di Gnl, proveniente soprattutto dai nuovi progetti negli Stati Uniti e in Qatar, che avrebbe riportato a una situazione di equilibrio dopo lo shock provocato dalla guerra russo-ucraina e a prezzi più contenuti. I fatti hanno smentito nettamente le previsioni: il 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, che come arma di ritorsione ha “chiuso” lo Stretto di Hormuz, uno dei chokepoint più importanti al mondo per il passaggio di energia, lasciando intrappolati in quello snodo di mare circa 20 mil. bbl/g fra petrolio e prodotti petroliferi (1/4 dell’oil che transita via mare) e circa 120 mld di mc di gas corrispondenti a un quinto di tutto il Gnl commercializzato a livello globale. Immediati gli impatti sui mercati di quella che Faith Birol, direttore esecutivo dell’International Energy Agency (Iea), ha definito “come la più grave interruzione dell’approvvigionamento energetico della storia moderna”. Lasciando ad altri approfondimenti l’analisi di quel che è avvenuto per la parte oil, il presente articolo delinea i contorni di una crisi, di cui al momento in cui si scrive non si intravede ancora una soluzione, mettendone in luce sia le conseguenze sul breve che le implicazioni sul più lungo periodo inerenti alla commodity gas.
Il conflitto, Hormuz e il gas: ieri oggi e domani | ISPI
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