Per farla breve: la realtà supera la fantasia. Che in un arco di tempo tutto sommato breve la rappresentante di Donald Trump in Italia («Dategli il Nobel») si dica «allibita» dalle uscite del cialtrone-in-chief non lo poteva prevedere nessuno.

I meloniani fanno scudo alla loro capa. Giovanbattista Fazzolari è subito scattato sui pedali e a ruota sono venuti gli altri, sembravano di Avs mentre affogavano l’improvviso sbocco di bile antitrumpiana. Tutto questo non è serio. Non è politica. È avanspettacolo.

Immaginiamoci un Ronald Reagan insultare un Craxi o un Andreotti tramite una tv italiana (complimenti alla Rai umiliata da La7): altri tempi. E dunque, che questo sia un pazzo lo si era capito da tempo. Il problema è che lei, la presidente del Consiglio italiana, non lo aveva capito o aveva fatto finta di non capirlo, surfando sull’onda di Mar-a-Lago nella convinzione che Dio stesse dalla sua parte. La risposta di Giorgia Meloni all’ultima follia stile Mel Brooks del king di Washington è stata doverosa, e la solidarietà a lei espressa da tutto il mondo politico anche.

Quella frase «io non imploro nessuno» ha riecheggiato il famoso «io non sono ricattabile» sbattuto in faccia a Silvio Berlusconi: è l’orgoglio meloniano in purezza. Che solletica la dignità nazionale. Tutto fa brodo. La brutta figura derivante dalla illazione trumpiana secondo cui Meloni avrebbe implorato una foto insieme, corredato da un «mi ha fatto pena» parecchio pesante, lei pensa di averla stroncata sul nascere: «È tutto inventato. Non so perché fa così».