Per analizzare la scemenza con cui ci siamo baloccati tutto ieri – giornalista italiano chiama Donald Trump, Trump gli dice che la Meloni si è voluta fare una foto con lui e lui si è impietosito, la Meloni fa un video volitivo di quelli che ti fanno pensare che neanche Mimì Ayuhara era così pronta a schiacciare le alzate – vorrei partire, se non vi spiace, dalla California del 2004.
Siamo, io e un paio di centinaia di giornalisti, nella tenuta in cui gioca a golf il produttore di “Ocean’s Twelve”: hanno organizzato lì la conferenza stampa del film, e quella è praticamente l’unica attività stampa che ci sarà. Clooney e Pitt e la Roberts hanno già fatto la copertina di Entertainment Weekly, ma non faranno interviste separate: tutti, stampa americana e straniera, sono a questa conferenza.
La sera prima abbiamo visto il film, e una delle italiane (siamo in quattro) all’uscita mi ha chiesto spiegazioni sulla trama: i film non doppiati per i giornalisti italiani sono spesso un’incognita. Io sono atterrata sette minuti prima, ho un sonno da fuso orario e ho dormito per la maggior parte della proiezione, ma le spiego quelle due cose che ho capito.
Prima che cominci la conferenza stampa, io e l’altro italiano che è lì per un periodico chiediamo alle due che sono lì per due quotidiani se faranno in tempo a scrivere per il giorno dopo, date le nove ore di fuso. Quella che non aveva capito la trama dice: ma io ho già scritto, ho chiamato Catherine Zeta-Jones a casa.










