Colpo su colpo. Ma senza arrivare al KO. Giorgia Meloni attendeva la replica di Donald Trump. E così la nuova cascata di improperi del presidente americano via Truth è stata tutto tranne che un fulmine a ciel sereno. Riflette se rispondere. Ma la riflessione dura poco.Si confronta di nuovo con il fedelissimo Giovanbattista Fazzolari ed ecco le dita ticchettare sulla tastiera, un po' in inglese e un po' in italiano. «Non mi faccio trattare così» è la frase che ripete ai suoi in queste ore. Oltre questo botta e risposta però la premier italiana non vuole andare. Ha capito, dopo una giornata di alta marea, sull'onda dell'emotività, che il passo dalla crisi politica con l'alleato Donald alla crisi diplomatica con gli Stati Uniti è breve. Troppo breve.

Bisogna dunque distinguere i piani. Venerdì sera, a chi la cercava, dopo ore sull'ottovolante del Consiglio europeo, la leader di Fratelli d'Italia confessava in privato di sentirsi tutto sommato soddisfatta delle reazioni in casa al duello con Trump. La chiamata del Colle. Il boom di sostenitori sui social, gli applausi di quella bolla digitale di Repubblicani che Trump non possono vederlo. E ancora, le reazioni piuttosto contenute, specie dopo la solidarietà di Mattarella, delle opposizioni. Ha notato, per dire, il comportamento istituzionale della rivale Elly Schlein, segretaria del Pd, lontano nei toni e nelle parole dalle stoccate lanciate di gusto da Giuseppe Conte. Fuori dalla bolla però c'è la diplomazia e qui le carte in tavola cambiano. Italia e Stati Uniti hanno un interscambio da quasi 100 miliardi di euro. Sono Paesi interconnessi sul piano della Difesa, dell'export, della cooperazione scientifica e culturale.La nipote psicologa di Donald Trump: «Mio zio è un misogino. È in grave declino cognitivo e ha disturbi che possono solo peggiorare»Si può mandare tutto all'aria per i "deliri" (copyright Fratelli d'Italia) di Donald Trump? Dopo ventiquattrore di schermaglie e una decisione durissima - il forfait italiano al Business forum italoamericano di Miami, che potrebbe costare alle aziende connazionali contratti da milioni di euro - da Palazzo Chigi gettano acqua sul fuoco. Nessuno, è la linea di Meloni ai suoi, «vuole la crisi diplomatica con gli Stati Uniti». Antonio Tajani ha sentito al telefono Marco Rubio. La telefonata, spiegano fonti a conoscenza del colloquio, è partita venerdì sera formalmente per avvisare del forfait a Miami. Ma è stata evidentemente l'occasione di un primo chiarimento con il capo della diplomazia americana. Mentre dai piani alti del governo è arrivato ieri una sorta di contrordine per i ministri invitati alla Festa dell'Indipendenza di Villa Taverna, il 4 luglio. L'indicazione iniziale di dare buca allo storico ricevimento nella residenza dell'ambasciatore Tillman Fertitta, sulla scia dell'ira per le offese di Trump, ha lasciato spazio a un più blando «liberi tutti». Ergo, spiegano fonti vicine alla premier, «vedrete che qualche ministro addenterà gli hamburger di Villa Taverna il 4 luglio...». Cammina su un filo sottile il duello tra "Giorgia e Donald". Dove ragioni di consenso interno e realpolitik si intrecciano senza soluzione di continuità. Come variegato è il turbinio di sentimenti della premier e del suo "cerchio magico" a Palazzo Chigi a fronte di questo elettrico e inedito scontro social con l'uomo più potente del mondo.Da un lato, come ha confidato ai suoi, la leader di Fratelli d'Italia è convinta che il match di boxe con Donald le abbia giovato in termini di consensi interni. È quello che dice fra le righe nella sua controrisposta al presidente americano, quando ammette - ed è la prima volta in assoluto - che la sua amicizia non ha aiutato affatto, «being your friend certainly has not helped it». Marcare le distanze, invece, può aiutare eccome e i sondaggi parlano chiaro. Dall'altro lato però la leader italiana teme l'escalation. La zuffa che si fa crisi e si allarga ai dossier sospesi sull'asse Roma-Washington. E l'erraticità di Trump che getta un ombra di incertezza sulle partite che premono al nostro Paese, dalla Difesa alla tutela del made in Italy. Ecco, Meloni non vuole rischiare tanto.Così ieri, mentre si toglieva l'ennesimo macigno dalle scarpe rispondendo per le rime al "bullo" della Casa Bianca, iniziava a tessere la tela della diplomazia. Di qui il dietrofront parziale sulla festa dell'ambasciata americana a Roma e il via libera ai ministri di Fratelli d'Italia che vorranno prendere parte al banchetto tra fontane, luci e fuochi d'artificio. Con Trump, è la linea, bisogna ancora farci i conti. Serve per trovare una via d'uscita alla crisi di Hormuz con una missione navale di sminamento a cui l'Italia prenderà parte (anche se il governo frena sul passaggio in Parlamento: non c'è una data per il via libera delle aule alla partenza dei due dragamine italiani).C'è soprattutto il summit della Nato che attende Meloni e lo stesso Trump ad Ankara il 7 e l'8 luglio prossimi, appuntamento cruciale per le sorti dell'Alleanza minacciata dal disimpegno americano. Stop allora al botta e risposta via social, «non è uno spettacolo all'altezza del nostro compito» metteva ieri a verbale la premier. Il prossimo round, ammesso che ci sia, sarà al vertice in Turchia. Meloni rivedrà lì il suo (ex) alleato Donald. Questa volta senza troppi sorrisi e chiacchiere sul sofà.