L’imprenditore torinese Roberto Ginatta, 79 anni, avrebbe dovuto restituire 63 milioni di euro, parte dei soldi pubblici finiti nelle sue tasche invece che nel salvataggio dell’ex Fiat di Termini Imerese, in provincia di Palermo. Ma le parti civili, tra cui Invitalia e Regione Sicilia, riceveranno solo un decimo di quella cifra. E anche la sua pena è scesa da 7 anni a 4 anni e 8 mesi, frutto dell’accordo tra difesa e procura generale: un risultato che fa gioire abbracciare gli avvocati di Ginatta e degli altri imputati, il figlio Matteo Orlando e la storica segretaria Giovanna Desiderato, di cui è stata confermata l’assoluzione, mentre i difensori delle parti civili gridavano alla beffa per le aziende, gli enti pubblici e i 1.600 operai tutti vittime dei reati di malversazione, riciclaggio e bancarotta fraudolenta.
Si chiude così la vicenda di uno stabilimento che «appartiene a pieno titolo alla storia del nostro Paese» come scrivevano i giudici di primo grado. La fabbrica siciliana aperta negli anni ’60, era arrivata a occupare 3.200 addetti. Poi, nel 2009, Sergio Marchionne comunicò al ministro Claudio Scajola che la Fiat non poteva più sostenerla. Dopo ricerche febbrili si fece avanti Ginatta, che produceva lamiere e fanali con la Metec di Rivoli. «L’imprenditore fu indotto dal “soffocante abbraccio” di Fca e da sollecitazioni politiche a prestarsi all’azzardo dell’acquisto dello stabilimento», riporta ancora la sentenza di primo grado, citando anche la memoria di Michele Briamonte e Nicola Menardo, avvocati dell’imprenditore (gli altri imputati erano difesi da Stefania Nubile e Luigi Chiappero).









