Solidarietà, vicinanza. A difesa dell'Italia e delle sue istituzioni. Che nessuno, men che meno se amico o alleato come gli Stati Uniti, può permettersi di dileggiare. Sono le undici del mattino quando tra gli arazzi e i marmi del Quirinale rimbombano, assordanti, le frasi pesanti come macigni di Donald Trump a Giorgia Meloni. Sul Colle più alto trasaliscono. Non è la prima volta che succede: anche nel palazzo che fu dei papi e dei re ci si è ormai abituati a dover fare i conti con le «sparate» pressoché quotidiane del leader americano. Spesso sopra le righe, altrettanto di frequente distanti dalla sensibilità e dalla visione del mondo di Sergio Mattarella, avvezzo da giurista a soppesare con cura ogni parola. Stavolta però è diverso.
Lo scherno Mai, in ottant'anni di vita delle istituzioni repubblicane e di relazioni transatlantiche consolidate, si erano registrati attacchi personali così diretti da parte del presidente statunitense al capo del governo italiano, a chi - almeno a livello dei vertici internazionali - ha il compito di rappresentare l'Italia nel mondo. Forse neanche durante la crisi di Sigonella, il momento di massima tensione tra Roma e Washington, quando però l'infuocata telefonata tra Reagan e Craxi non venne spiattellata a favor di microfoni. L'impressione al Quirinale è che questa volta si sia superato il limite. Un conto è la normale differenza di vedute, il confronto anche aspro tra chi guida grandi Paesi con interessi, priorità e posture che non sempre convergono. Un altro lo scherno, la mancanza di rispetto, il venir meno dei requisiti minimi che la grammatica istituzionale nelle relazioni tra pari impone.Non può restare a guardare, il capo dello Stato. Se i giudizi di Trump fossero stati politici, se si fosse limitato a criticare quello che il tycoon legge come un «disimpegno» italiano in Iran e non solo, avrebbe potuto forse esprimere le proprie considerazioni in altra forma, magari nel passaggio di un discorso di politica estera. Quel «mi ha fatto pena» rivolto a Meloni, invece, è sì un attacco personale. Ma è anche e forse soprattutto uno sfregio alla presidente del Consiglio italiana, al ruolo che ricopre. E come tale all'intero Paese, come del resto testimonia lo sdegno bipartisan della politica.Per questo Mattarella prende il telefono e compone il numero della premier. Nessun dettaglio trapela sul contenuto della chiamata, se non due parole che la riassumono: solidarietà e vicinanza. E la volontà di dare un segnale chiaro: la dignità dell'Italia e delle sue istituzioni non possono essere calpestate.Non è la prima volta che accade. Era già successo appena due mesi fa, quando il propagandista russo Vladimir Solovyov aveva apostrofato Meloni con una serie di insulti pesantissimi. Anche in quel caso, Mattarella aveva fatto pervenire alla premier un messaggio di solidarietà, esprimendo «indignazione» per le «volgari parole» del conduttore. Anche allora il bersaglio era la premier, e per suo tramite l'intero Paese. E poi, tornando indietro, la «piena solidarietà» espressa alla presidente del Consiglio per le immagini che la ritraevano «bruciate o vilipese», così come dopo le minacce social alla figlia Ginevra, un anno fa. Vicinanza espressa ieri anche dal presidente del Senato Ignazio La Russa e da quello della Camera Lorenzo Fontana: «Le parole pronunciate nei confronti della presidente del Consiglio non contribuiscono certamente a rafforzare quel clima di rispetto fondamentale nei rapporti tra Paesi amici e alleati».L'incontro Non è l'unica «mano tesa» di Mattarella a Meloni, la telefonata. Perché poco prima che il caso Trump esplodesse, il capo dello Stato aveva ricevuto al Colle il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi. Un incontro «di routine», viene precisato, di aggiornamento sull'attività del ministero. Mattarella ne fa regolarmente con tutti i principali esponenti del governo. Il fatto però che il colloquio sia stato reso noto dal Colle con un breve comunicato ha dato adito a una lettura precisa, in ambienti di governo e di maggioranza. Specie dopo giorni di retroscena e voci insistenti sul pressing della Lega per favorire un cambio al vertice del Viminale a favore di Matteo Salvini. Il segnale che il Quirinale apprezza l'operato di Piantedosi. E potrebbe non essere entusiasta se si concretizzasse l'idea di qualcuno di sostituirlo. Un assist che a Meloni, allergica come noto a ogni ipotesi di rimpasto, potrebbe aver fatto piacere almeno quanto la telefonata.











