Milano, 19 giu. (askanews) – Per i costruttori cinesi dell’auto la finestra per crescere in Europa solo con l’export si sta restringendo. In cinque anni la loro quota di mercato in Europa è passata dallo 0,5% a oltre il 6%, con punte vicine al 10% nei mesi migliori, ma quasi solo con vetture importate e soggette a dazi. Al Consiglio europeo del 18-19 giugno i Ventisette hanno scelto la linea del doppio binario con Pechino – dialogo, ma rafforzando gli strumenti di difesa commerciale – con il deficit Ue verso la Cina salito nel 2025 a circa 360 miliardi, quasi un miliardo al giorno e per la prima volta con tutti gli Stati membri in disavanzo. Alla cena dei leader si è preso atto che gli squilibri minacciano l’economia e l’industria europee; l’approccio resta quello del “de-risking, not decoupling”.

Sull’export pesano già i dazi sulle elettriche cinesi, dal 10% di base fino a circa il 45% per alcuni marchi, che secondo Handelsblatt la Commissione valuta di estendere anche ai plug-in. Ma a spingere alla localizzazione è soprattutto l’Industrial Accelerator Act, proposto a marzo: per gli investimenti oltre i 100 milioni in settori strategici come auto elettriche e batterie, da Paesi che pesano oltre il 40% della capacità mondiale – di fatto la Cina – servirà il via libera Ue e condizioni come una quota estera non oltre il 49% in joint venture con un partner europeo, la licenza della tecnologia e almeno metà dei lavoratori Ue. Non prima di metà 2027: di qui la corsa a posizionarsi ora su siti brownfield già esistenti, più rapidi da rilevare e riconvertire.