L’Icaro del pallone si chiama Gianni Infantino. Il presidente della Fifa è ossessionato dall’idea di espandere il calcio a livello globale. Così ha indossato le sue ali di piume e cera e ha deciso di organizzare la coppa dei record. I Mondiali maschili in corso in Usa, Messico e Canada sono i primi della storia a 48 squadre, per un totale di 1.248 giocatori e 104 partite. Un progetto ambizioso, ma con un costo ambientale senza precedenti. Secondo il report Fifa’s Climate Blind Spot, prodotto dal New weather institute, il Mondiale genererà almeno 9 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, quasi il doppio della media dei tornei 2010-2022 (circa 4,7 milioni). Negli scenari più pessimistici la cifra potrebbe salire a 15 milioni di tonnellate, collocando l’evento tra i più inquinanti nella storia dello sport. Per la smania di allargarsi, la Fifa ha volato troppo vicino al sole, ma così rischiamo di bruciarci tutti.Sono proprio i voli la ferita aperta da cui sgorga la maggior parte delle emissioni di gas serra. Una competizione con 16 sedi implica sia per le squadre sia per i tifosi trasferte così lunghe da rendere l’aereo l’unica opzione praticabile. L’Algeria, per esempio, dovrà percorrere un totale di 4.800 km tra Kansas City e San Francisco. La Bosnia ed Erzegovina oltre 5mila tra Toronto, Los Angeles e Seattle. La Bbc ha calcolato che per seguire la loro squadra nei tre incontri della fase a gironi i tifosi inglesi emetteranno 3,5 tonnellate di CO₂ a persona. «Gli spostamenti sono la voce che decide la credibilità ambientale di un megaevento», spiega Ariela Caglio, professoressa all’università Bocconi. «Per questo bisogna governare i flussi di squadre, tifosi e merci e ridurre la domanda di voli. Si può cercare di conciliare espansione e impatto ambientale solo spostando la sostenibilità a monte: fissare un carbon budget, scegliere sedi più compatte, organizzare il calendario per cluster geografici e premiare le candidature che riducano la mobilità aerea. Se il torneo cresce in scala, deve diminuire in dispersione».Tutte variabili che la Fifa avrebbe potuto tenere in conto nella scelta della sede e del formato. Soprattutto alla luce degli impegni climatici che ha sottoscritto. Nel 2021, alla COP26 di Glasgow, Infantino aveva dichiarato l’obiettivo di rendere Qatar 2022 “carbon neutral”. Una promessa che l’organizzazione Carbon Market Watch ha denunciato come pratica di “greenwashing”. Assieme ad altre ong europee ha presentato reclamo alle autorità pubblicitarie svizzere che hanno imposto lo stop alle comunicazioni “green” della federazione. Per il 2026, la Fifa non ha ripetuto affermazioni analoghe. «Un Mondiale “a impatto zero” non esiste», conclude Caglio, «e non dovrebbe nemmeno essere promesso. Ma può esisterne uno compatibile con una traiettoria credibile di riduzione e adattamento climatico. Serve però cambiare la definizione di successo: non solo audience e ricavi, ma anche emissioni, acqua consumata, rifiuti evitati, cibo recuperato».Il futuro, però, non promette miglioramenti: il Mondiale 2030 si terrà per la prima volta su tre continenti: Africa, Europa e Sud America; il 2034 sarà ospitato dall’Arabia Saudita. Viene da chiedersi su quale pianeta verrà disputato il successivo. Sulla Terra, infatti, giocare a calcio assomiglia sempre di più a uno sport estremo, soprattutto d’estate. Oltre a contribuire come mai prima all’aumento delle temperature globali, questa Coppa del mondo è anche quella che più di tutte ne subisce le conseguenze. Secondo il servizio meteorologico nazionale americano, i mesi di giugno e luglio faranno registrare temperature sopra la media e in diversi casi si potrebbero superare le soglie massime di calore, oltre le quali proseguire la partita potrebbe mettere in pericolo la salute degli atleti. Per questo, la Fifa ha introdotto una serie di modifiche regolamentari volte a mitigare i rischi del caldo. Come il cooling break, una pausa obbligatoria di tre minuti in ciascun tempo di ogni partita, durante la quale i giocatori possono idratarsi e rinfrescarsi. Fermarsi, rallentare e permettere alla temperatura di abbassarsi. Se applicate all’economia globale, sono le stesse misure che gli scienziati chiedono da decenni. Ma per salvare il clima nessuno è ancora disposto a cambiare le regole del gioco.