Ciro, Ciretta, c’è perfino chi la conosce con il titolo nobiliare di Anastasia Romanov. Morta il 12 Giugno, è difficile ridurre a una, tutte le personalità, i personaggi, le vite di Ciretta Cascina. In questi giorni a piangerla ci sono i portatori di diverse tradizioni e per celebrarla si possono aprire molti archivi e attivare molte memorie. Nata e cresciuta tra Portici e Torre Annunziata, ha poi a lungo viaggiato in tutta Italia, e non solo, diventando una delle figure più riconoscibili del movimento omosessuale che veniva allo scoperto alla fine degli anni Settanta, dai primi pride come quello di Pisa, alla “Presa del Cassero” a Bologna, passando per i leggendari campeggi di Caporizzuto, dove una comunità frocia e ribelle sfidò i limiti dell’epoca per occupare e godere dello spazio pubblico.

Più legata alla parte radicale di quel movimento, fece della provocazione una pratica politica e della sperimentazione oltre i generi la sua cifra stilistica. Impossibile volerla incastrare in modo definitivo in un solo genere. Femminella, ha abitato in modo creativo il maschile e il femminile, raccontando come da sempre nella tradizione partenopea ci fosse una forma radicale di disobbedire alle aspettative sociali dell’uno e dell’altro genere. Ciretta è rimasta a curare questa eredità, custodendo i riti, le arti e le tradizioni di una comunità che sembrava appartenere a un tempo passato e poi si è rivelata una vera e propria avanguardia di quello che oggi è conosciuto come queer.