In questi giorni leggiamo numerosi ricordi di Ciretta Cascina. Le immagini che circolano lo collocano come presenza imprescindibile nei momenti cruciali in cui il movimento omosessuale venne allo scoperto, ma soprattutto cominciò a rendersi manifesta una corrente più radicale, che avrebbe poi dato vita a quello che oggi conosciamo come movimento Trans e Queer. Porpora Marcasciano, tra le fondatrici del MIT e oggi consigliera del Comune di Bologna, è sicuramente colei che maggiormente ha contribuito alla ricostruzione di quegli anni, vissuti da protagonista di quella scena politica e culturale. L’ho quindi invitata in una conversazione per tenere viva la memoria di Ciro e di quegli anni; per cominciare, in che contesto ci fu il vostro primo incontro?
«“Ciro Cascina, Torre Annunziata” si presentò già nella pagina frocia che il giovedì occupava Lotta Continua. Successivamente, un giorno entrò in scena. Con il nome di Anastasia Romanov, senza annunciarsi, si aggregò alla Famiglia Reale. Iniziammo a chiamarci così man mano che i nostri legami politici e affettivi si strinsero fino a farsi familiari, una sorellanza che aveva fatto della provocazione la propria pratica, volta a destabilizzare i sentimenti più conservatori della sinistra radicale e del movimento omosessuale stesso. Ormai parte del patrimonio collettivo frocio, c’è una foto alla prima Marcia dell’orgoglio, a Pisa nel 1979, che ritrae proprio Anastasia, insieme a La Ilaria (Vincenzo Moretti), Valery (Taccarelli) e Robertina mentre reggono uno striscione: “Siamo mamme, abbiamo figli froci e ne siamo fiere”. Eravamo quelle coi tacchi a spillo, lo strumento con cui abbiamo provato a scardinare il moralismo che si insinuava anche nella nostra comunità. Anastasia era una figura centrale nella performance di questo gruppo che si muoveva tra diverse città, convegni, campeggi come quello celebre di Caporizzuto, utilizzando il teatro di strada, il travestimento e la performance per renderci sempre molto visibili».








