Dispositivi ovunque! In Toy Story 5 l’allarme viene lanciato da un atterrito robottino vintage che somiglia a Robby del Pianeta proibito, un classico della fantascienza anni Cinquanta ispirato alla Tempesta di Shakespeare. Allora quel manichino di latta era considerato una presenza inquietante, adesso serve a ricordarci come nulla deperisca più rapidamente della nostra immaginazione del futuro, specie quando si mette di mezzo la tecnologia. Potrebbe essere questa la morale del quinto episodio della saga inaugurata nel 1995 dal film che da noi venne intitolato Toy Story. Il mondo dei giocattoli, forse nel tentativo di fornire un minimo di indicazioni preliminari ai genitori che scortavano in sala i bambini e le bambine dell’epoca. Era la prima volta che l’animazione tridimensionale raggiungeva il grande pubblico, e con un livello di raffinatezza mai ottenuto negli esperimenti precedenti. Quello diretto da John Lasseter non era il solito cartone animato, non solamente perché i personaggi si muovevano come se davvero avessero consistenza fisica, ma anche perché la trama era complessa da analizzare pur restando semplicissima da godere. Gli adulti si rendevano conto che qualcosa stava cambiando, i più piccoli si appassionavano e intanto intuivano che questa stranezza del cambiamento riguardava anche loro. Per via di un trasloco, per esempio. O per colpa di un bulletto che fa a pezzi i giocattoli.Trentun anni e quattro film dopo, il Pixar Touch – come lo si è chiamato da subito – non ha perso nulla del suo incanto. Di avventura in avventura, il cowboy Woody, il ranger spaziale Buzz Lightyear e il resto della combriccola sono passati di mano. Il proprietario originario, Andy, è cresciuto e alla partenza per il college ha lasciato i suoi giocattoli alla piccola Bonnie. Sia detto per inciso, ma chi nel 2010 non si è commosso sul finale di Toy Story 3, quando Andy si congeda dai suoi amici di plastica e stoffa, non si capisce bene per che cosa possa mai commuoversi. Nel film attuale anche Bonnie sta crescendo, o almeno ci prova. Vorrebbe tanto farsi delle amiche, ma proprio non ci riesce e non è d’aiuto il fatto che a lei piaccia giocare con pupazzi e bambolotti, come si giocava ai bei tempi. Come giocavano Andy oppure Emily, la prima bambina che abbia mai condiviso sogni e fantasie con la cowgirl Jessie, oggi incaricata di guidare la truppa mentre Woody se ne va in giro a salvare i giocattoli abbandonati.A proposito di cambiamenti: Woody si è imbolsito, sulla testa gli è spuntata una specie di pelata che magari si riesce a cancellare a colpi di pennarello, ma è chiaro che gli anni passano anche per lui, così come passano per Buzz, che dalla sua ha una certa esperienza in materia di crisi di identità. Da principio ha dovuto fare i conti con la rivelazione di essere un giocattolo e non un autentico astronauta; in seguito ha scoperto di essere un prodotto di serie e non un pezzo unico; in Toy Story 5 fronteggia addirittura un esercito di suoi simili tecnologicamente implementati e con tanto di hotspot wifi attivabile al bisogno. La rete è dappertutto, per questo i dispositivi possono essere ubiqui. Vinte le ultime resistenze di mamma e papà, arrivano perfino nella cameretta di Bonnie sotto la forma insidiosamente innocua di un tablet verde, sagomato come una ranocchia. Ridurre il film allo scontro fra la vecchia guardia dei giocattoli buoni e l’avanzata delle tecnologie cattive significa prendere una scorciatoia che è in realtà un vicolo cieco. La prospettiva è decisamente più ampia e coincide con la genesi stessa del Pixar Touch, che è per l’appunto uno dei migliori risultati conseguiti dalla cultura del digitale nella sua fase pionieristica: nella fase, intendiamo, in cui il digitale ancora aspirava a costituirsi in cultura e non si era rassegnato a sclerotizzarsi in mercato. Nata nell’alveo di Lucasfilm, transitata attraverso Apple e assestatasi infine all’interno di Disney, Pixar è sempre stata una innovation company contraddistinta da un gradiente di creatività decisamente superiore alla media. Anche nella successione dei diversi Toy Story, la variazione sul tema non ha mai compromesso la ricerca di un’originalità che, per mantenersi tale, continua a fare affidamento sulle tecnologie più avanzate.Nel 1995 la resa era già spettacolare, in alcune sequenze di Toy Story 5 ci sono apici di virtuosismo sbalorditivi, sostenuti dalla consueta malizia citazionista degli sceneggiatori (la prima immagine è la soggettiva di un occhio che si apre, come capitava nella serie tv Lost). Eppure, nonostante i progressi intervenuti, il film rimane la celebrazione di un entusiasmo altrimenti dimenticato. Anche a livello narrativo, il punto di svolta è rappresentato dal momento in cui Jessie gli altri giocattoli all’antica stringono alleanza con i reduci della primissima ondata digitale: una vistosa fotocamera con scheda di memoria, una bussola GPS mascherata da ippopotamo, un giochino con display progettato per insegnare a usare il vasino (il nome, Smarty Pants, riprende quello di un ormai obsoleto quiz per la console Wii). Tutti questi gadget portano il marchio della Eggman, l’onnipresente azienda tecnologica che nel frattempo prospera grazie ai famigerati tablet didattici. I quali mica lo sanno di essere pericolosi, altrimenti Bonnie non verrebbe indotta a chattare con un gruppetto di false amichette. Vale la pena di sottolineare che anche questa trovata è una citazione ultrapop, riferita per la precisione alle imprese di Sonic, il riccio con i superpoteri protagonista del celeberrimo videogame. Lì il Dottor Eggman è il perfido antagonista, qui diventa l’emblema di una tecnologia ignara dei propri limiti. In Toy Story 5 mancano i riferimenti espliciti all’intelligenza artificiale, ma non è escluso che sia per la prossima puntata. Verso l’infinito e oltre, come di regola. Del resto, già questa volta si vola sul serio, sempre con grande stile.