Se fossero umani li chiamerebbero “boomer”. Al quinto film Jessie, Buzz Lightyear e il sempreverde Woody (che rivede i vecchi amici dopo averli lasciati nel quarto) scoprono di essere obsoleti, rimpiazzati come compagni di gioco della loro bambina, Bonnie, da un “dispositivo”, Lilypad, un nuovissimo tablet. Succede in «Toy Story 5», diretto da Andrew Stanton (regista fra l’altro di «Alla ricerca di Nemo» e «WALL•E», entrambi vincitori dell’Oscar come miglior film animato) e Kenna Harris, adesso al cinema. Il primo «Toy Story» usciva nel 1995 ed era per l’allora giovane casa di animazione Pixar, che utilizza solo la computer grafica per l’animazione, quello che era stato, quasi sessant’anni prima, «Biancaneve e i sette nani» per la Disney. E il co-fondatore della Pixar, nonché regista del film, John Lasseter, sembrava il nuovo Walt. Nella vita reale, però, non c’è il «e vissero per sempre felici e contenti» delle fiabe. Grazie al successo di «Toy Story» la Pixar diventa un colosso dell’animazione e nel 2006 viene acquistata dalla Disney con Lasseter direttore creativo dello studio di animazione Pixar e anche di quello Disney. Il terzo film, una storia elegiaca sulla fine dell’infanzia, esce nel 2010 (il secondo è del 1999) e sembra aver detto tutto sui personaggi. Andy va al college, i suoi giocattoli vengono regalati a un asilo, maltrattati dai bambini più piccoli, ma alla fine vengono regalati da Andy a un’altra bambina, la già citata Bonnie. Nel 2018 Lasseter viene però obbligato a dimettersi dalla Pixar e «Toy Story 4» è diretto da Josh Cooley (il regista previsto era lo stesso Lasseter). Al termine del film lo sceriffo Woody lascia la casa di Bonnie, si “fidanza” con Bo Peep (una statuetta di porcellana) e con lei cerca di trovare a trovare una casa per i giocattoli trascurati dai proprietari, i leader della casa sono adesso la cowgirl Jessie, la nuova “sceriffa”, e il suo vice, l’astronauta Buzz Lightyear. Nel nuovo film il dispositivo Lilypad sembra il “cattivo” che distoglie Bonnie dai suoi giocattoli classici, ma in realtà non lo è. «Toy Story 5» è davvero disneyano nello spirito: come in «Cenerentola» animaletti e oggetti animati cercano di portare alla festa la ragazza trascurata e schiavizzata dalla matrigna e dalle sorellastre e farle conoscere il principe, qui Jesse, Buzz (innamorato della cowgirl), Woody (che torna con parte della chioma priva di colore – è un vecchio giocattolo – e viene preso in giro per la “calvizie”) cercano di trovare delle amiche per Bonnie, come la vicina di casa Chelsea. Ma lei e le altre sue amiche Heidi e Kara sembrano più adolescenti che bambine: usano solo i tablet, e Bonnie, per essere accettata, rinnega i suoi vecchi giocattoli. C’è però una amica ideale per Bonnie: Blaze, che abita nella fattoria della precedente proprietaria di Jessie, Emily, dove la cowgirl incontra vecchi dispositivi, come Smarty Pants, per l'addestramento al vasino. Giocattoli tradizionali e dispositivi si alleano per far sbocciare l’amicizia fra Bonnie e Blaze, bambine cha amano giocare e creare storie, non fare già le teenager. E Buzz corona il suo sogno d’amore con Jessie (nei limiti di quanto possa fare un giocattolo ovviamente). Fra l’altro nelle fantasie avventurose delle bambine si passa dall’animazione digitale a una che imita quella tradizionale, si va letteralmente in un altro mondo. Nel film intervengono anche tanti altri Buzz Lightyear, modelli più sofisticati del Nostro, che fanno da “dei ex machina” per la risoluzione positiva della vicenda (sebbene appaiano già all’inizio, non solo alla fine come il “deus ex machina” propriamente detto). Un film sull’amicizia, fra umani e giocattoli, che supera le differenze (fra giocattoli tradizionali e dispositivi, in questo caso). «De Maria numquam satis» è una celebra massima cattolica coniata trecento anni fa da san Luigi Maria Grignion de Montfort, secondo il quale della Madonna non si può mai dire abbastanza. «De ludicris numquasm satis», si potrebbe aggiungere: nei cinque «Toy Story» si sono raccontate vicende sempre diverse, a volte il focus era sui giocattoli, altre sui bambini che ci giocavano, e sempre commoventi. Perché i giocattoli rimangono dentro di noi, ci vogliono bene e la maggior parte di noi vuole bene a loro. Che lo ammettiamo (magari con vecchie action figure di Luke Skywalker e Batman accanto al nostro computer) oppure no.