di
Cristina Dell'Acqua
Quintiliano è stato il primo titolare di una cattedra nella scuola pubblica. Richiamando Platone, Socrate e Pitagora, l'autore della «Institutio oratoria» sostiene che la conoscenza della musica è indispensabile per il perfetto retore
Ci sono parole che custodiscono una storia e musica è una di queste. Nel suo nome abitano ancora le Muse, le antiche divinità greche dell’ispirazione, figlie della Memoria. Non è soltanto un dettaglio della mitologia antica: è una lezione sull’uomo. Gli antichi sapevano che non esiste vera bellezza senza memoria e che non esiste vera educazione senza qualcosa che sappia parlare all’anima. La musica era per gli antichi un’arte capace di dare forma all’interiorità, di educare il cuore prima ancora dell’intelligenza. Un’arte divina.
Quintiliano, nel passo dell’Institutio oratoria proposto alla Maturità, attribuisce alla musica un ruolo centrale nella formazione dell’oratore. Chi parla agli altri, infatti, deve prima imparare ad ascoltare se stesso. E chi vuole guidare la città deve prima educare l’uomo che porta dentro di sé.L’oratore romano nato nel 35 d.C. conosceva profondamente il mondo della scuola. Primo titolare di cattedra di scuola pubblica nel 78 d.C., quando l’imperatore Vespasiano la istituì, e contemporaneamente precettore privato della famiglia imperiale, affidò all’Institutio oratoria il bilancio della sua lunga esperienza. E non ha paura di sembrare anacronistico quando afferma con forza di tornare ai modelli del passato, soprattutto nei momenti di crisi. Non per nostalgia, ma perché convinto (e noi con lui) che ogni autentico rinnovamento debba partire dalla scuola.










