Il poliglottismo di Carlo Ancelotti sta diventando uno dei momenti cult di questi Mondiali. Ha allenato e vinto ovunque, dalla sua Italia alla Spagna, dalla Francia a Inghilterra e Germania. In poco tempo ha affinato perfino il portoghese, ora che siede sulla panchina del Brasile. Uomo di mondo, di grande esperienza e stile. Le sue conferenze stampa, oltre che per i contenuti, sono di fatto uno show multilingue. Può parlarne fino a cinque, visto che per sua stessa ammissione solamente il tedesco ha fatto fatica a fare breccia nella sua testa e nel suo cuore. Per l’Italia, abituata a rappresentanti istituzionali e non che a fatica spiccicano qualche parola di inglese maccheronico, è motivo di vanto e stupore.

Prima della sfida contro Haiti di questa notte, Ancelotti ha parlato delle difficoltà affrontate all’esordio contro il Marocco: “Non abbiamo fatto una bella partita, lo sappiamo”, ma “il Mondiale non si vice alla prima partita”. Ha anticipato che cambierà qualcosa nella formazione, “ma nulla di grave, nessuna bocciatura”. E ha spiegato che non vuole troppe stelle, bensì un gruppo unito: “Non penso che questo sarà un Mondiale di stelle, sarà un Mondiale di squadre, e di grande intensità”. Per questo vuole un Brasile camaleontico: “Non voglio una squadra con una sola identità, voglio una squadra che sappia fare tante cose”.