Ci vorrebbe tutto l’umorismo livornese da Ovosodo di Paolo Virzì per filmare le nostre facce tristi, che non vogliono smettere di sorridere anche nel giorno in cui Igor l’amabile se ne vola via per sempre. A 58 anni Igor Protti, il bomber buono e per tutte le stagioni, si è dovuto arrendere all’unica cosa terribile e non voluta che per qualche tempo ha fatto parte della sua vita, il cancro.Lui attaccante nato e di razza, ha dovuto imparare a difendersi dagli attacchi crudeli della malattia e lo ha fatto con la stessa consapevolezza di un altro bomber e hombre vertical come lui, Gianluca Vialli. Come Vialli anche Protti non si è mai nascosto davanti alla malattia, l’ha affrontata a muso duro, consapevole della sconfitta inevitabile, ma anche con la speranza che rendere pubblico il suo male lo avrebbe fatto sentire meno solo. Così, dopo due mesi dalla diagnosi del tumore al colon disse: «Convivo con questa nuova realtà: ci sono giorni più leggeri e altri in cui il peso diventa insopportabile. Non ho vergogna a dirlo: ho paura. La paura non è una debolezza, è parte della vita, serve a sopravvivere. Forse molti mi hanno sempre visto come un guerriero indistruttibile, ma io sono un uomo, con fragilità e timori. Questa, però, è una paura diversa: è la paura di guardare avanti senza certezze. Il tumore è una partita che non gioca ad armi pari: tu entri in campo e sei già sotto 3-0. Non puoi vedere l’avversario, perché è subdolo e non puoi incrociare i suoi occhi».Nessun terzino, neppure il peggior fabbro incontrato su un campo di calcio, dagli esordi nella natia Rimini, a Messina, passando per Bergamo, alla Virescit – queste le prime tappe - , è stato più «subdolo» del suo male. Igor che con lo scatto fulmineo a seminare l’avversario di turno e la capacità di realizzare gol da ogni posizione aveva messo le basi per costruire la sua carriera, si è dovuto mettere a rincorrere quel terzinaccio maligno che non gli dava pace. E l’ha dovuto sfidare con il fiato che ogni giorno diventava sempre più corto e con le vertebre, in cui il male si era insinuato, che non lo facevano stare più in piedi. La sua ultima foto pubblica è quella di maggio: al matrimonio della figlia Noemi con l’altro figlio Nicholas Flavio che lo sorreggeva. Ma Igor aveva voluto esserci ad ogni costo alle nozze della sua “bambina”, che tra le lacrime ringraziava il suo «babbo straordinario» e la madre Daniela. La tenacia del campione, al quale agli inizi avevano pronosticato un futuro da protagonista al massimo nelle categorie inferiori e non certo nella massima serie come è stato. «Quando ero ragazzino avevo Arrigo Sacchi come allenatore a Rimini e lui disse che per le mie caratteristiche avrei potuto giocare al massimo in serie C, però lavorando giorno dopo giorno sono riuscito a diventare capocannoniere in Serie A. Sacchi in quel momento aveva ragione: guardando quel calciatore, più della Serie C non poteva fare. Questo è la dimostrazione che con la passione, volontà e spirito di sacrificio si può arrivare oltre a quelli che possono sembrare i nostri limiti». L’umiltà dei grandi e lo spirito di sacrificio degli amateur, di quelli che hanno scelto il calcio, lo sport, prima di tutto per passione. E’ questa la grande lezione che Igor Protti ci lascia in eredità.Agli almanacchi rimangono le oltre 250 reti segnate in carriera e le tante battaglie che rientrano nei capitoli delle imprese dello “Zar”: l’unico giocatore capace di conquistare il titolo di capocannoniere in Serie A con il Bari, stagione 1995/96 per poi finire in B. Sì perché quelle 24 reti di Protti non evitarono la retrocessione del Bari e questo è ancora un primato anomalo e mai eguagliato. Così come solo il “Tatanka” Dario Hubner che lo piange, è assieme a Protti l’unico ad essere stato incoronato re dei cannonieri in A, in B e in C1. Record che avrebbero quanto meno meritato una presenza in Nazionale, ma quelli non erano i tempi della pesca a strascico dei pesciolini azzurri alla quale stiamo mestamente assistendo. Il bomber Protti gli altri due primati, capocannoniere in C1 e in B, li ottenne giocando per quella che poi è diventata la sua seconda pelle, la maglia del Livorno. Oggi lo piangono anche a Roma, sponda Lazio, dove Zdenek Zeman lo volle in una stagione in cui poi il boemo venne esonerato e Igor passò sotto le cure di Dino Zoff. Solo 7 gol con la Lazio dove ballò una sola stagione e tanti pensavano che alla soglia dei trent’anni fosse ormai alla fine, mentre era solo il preludio della sua favola labronica. I sei anni di Livorno, dal 1999 al 2005, sono stati quelli dell’apoteosi dello Zar che divenne con il genius loci Cristiano Lucarelli il simbolo del grande riscatto amaranto. L’idolo di Paolo Virzì e di tutti quei livornesi che adesso non ce la fanno ad immaginare un mondo senza Igor.Appena uscito dall’ospedale, Protti era voluto tornare a sentire l’odore dell’erba dello stadio Armando Picchi. Doveva salutare e ringraziare uno per uno i suoi tifosi, i ragazzi della Curva del Livorno che lo avevano eletto “il capo degli ultrà” ad honorem. Il popolo degli stadi, tutto, gli è sempre stato accanto in questa sfida difficile, la più dura, perché la vita è una gara di sola andata e quasi mai contempla i secondi tempi. Nel suo rifugio famigliare di Cecina, il settembre scorso aveva festeggiato il 58° compleanno e per l’occasione erano saliti a trovarlo tutti i ragazzi del Bari: Lorenzo Amoruso, Emiliano Bigica, Peppino Alberga, Michele Andrisani, Luca Ricci, Jimmy Fontana, Emanuele Brioschi, Luigi Caggianelli, Carmine Gautieri, Marcello Montanari, Angelo Alessio, Onofrio Barone, Ciccio Pedone e Massimiliano Tangorra… Cito tutti i loro nomi, ma sono solo la minima parte di quel mondo del calcio che ha voluto bene a quest’uomo mite e leale, un eroe semplice della domenica e per questo esemplare. Igor l’eterno ragazzo dentro, che ha infiammato i cuori dei tifosi, che ha portato la gioia negli stadi e si è mosso sempre al ritmo di We Will Rock You, la canzone dei Queen che i livornesi gli dedicavano ad ogni suo ingresso in campo. Ci vorrebbe tutta la poesia di un tifoso del Livorno come Piero Ciampi per chiudere questa triste partita e salutare degnamente l’amico del calcio Igor Protti, e per questo mi affido ai suoi versi: «Ora che non ci sei più io desidero silenzi, infiniti silenzi, infiniti deserti, usignoli tutti bianchi e pensieri sereni su una strada piena di luce che non ha mai fine...».