Gli affitti brevi sono un fenomeno da gestire, e introdurre limiti oggi sembra necessario. Forse anche perché per anni si è rinunciato a farlo. Lo conferma l’acceso dibattito attuale nel quale si inseriscono i risultati del progetto AirMap coordinato da FULL - Future Urban Legacy Lab del Politecnico di Torino, presentati a Torino nel convegno “Airbnb nelle città italiane: I dati, la regolazione, le sfide”. Il progetto, sviluppato da una rete di ricercatori di università italiane, ha analizzato il mercato Airbnb in 16 contesti urbani del Paese[1].
Le città italiane mostrano dinamiche diverse, ma quasi ovunque il fenomeno è cresciuto rapidamente. A Napoli, ad esempio, tra il 2017 e il 2024 le unità abitative presenti su Airbnb sono aumentate del 98,6%, mentre le notti prenotate sono cresciute del 203,9%, raggiungendo 1,7 milioni nel 2024[2]. Numeri che meritano attenzione nel quadro dell'evoluzione complessiva del sistema ricettivo e turistico cittadino.
Il dibattito resta acceso anche per le importanti evoluzioni in tema di contenimento dell’avanzata degli affitti brevi. Il Comune di Firenze rappresenta una svolta nel contesto italiano: dopo aver limitato le locazioni turistiche brevi nell’area Unesco, ha esteso i limiti a una serie di quartieri fuori dal centro storico[3]. Le parti in gioco sono tante: chi convive quotidianamente con i turisti nel proprio condominio, chi deve affrontare prezzi di locazione sempre più alti, chi dà in locazione il cosiddetto “appartamento ereditato dalla nonna”, chi gestisce un vasto portafoglio di alloggi, chi lamenta che, mentre a Firenze si impedisce ai privati cittadini di affittare il proprio appartamento, il nuovo Testo Unico del turismo della Regione Toscana (LR61/2024) consente invece agli alberghi di associare alla propria gestione civili abitazioni vicine, a patto di mutarne la destinazione d'uso e di garantire all'ospite servizi e standard "corrispondenti al livello di classificazione dell'albergo", entro limiti definiti.[4]









