Nella botte piccola ci sarà solo vino buono. Se dovessimo immaginare come sarà la produzione vitivinicola nazionale tra un quarto di secolo, la rivisitazione del famoso detto popolare sembra rispecchiare la prospettiva più plausibile: si produrrà meno vino, ma di qualità più elevata. Nella puntata precedente di Italia 2050 abbiamo analizzato di quanto aumenterà la temperatura media in Italia nei prossimi 25 anni, in questa vedremo come i cambiamenti climatici influenzeranno il mondo del vino. Per farlo, Wired Italia ha collaborato con Coldiretti e Ispra, raccogliendo anche le indicazioni specifiche di alcune case vitivinicole prestigiose ed emblematiche a livello nazionale come Donnafugata, Cotarella, Fattoria Le Pupille, e avvalendosi della collaborazione del Consorzio Franciacorta.Che vino si berrà nel 2050? Tra previsioni certe e trend plausibiliPartiamo da alcune considerazioni indiscutibili per poi proseguire analizzando trend che plausibili. I cambiamenti climatici porteranno a un aumento della temperatura media da qui al 2050. Un fatto che in Italia sarà più intenso che altrove. Questo porterà i produttori vitivinicoli ad anticipare sempre il periodo della vendemmia, alzare la quota in cui verranno piantati i vigneti portandoli in aree oggi considerate ancora troppo fredde per ospitare le viti.In generale si prevedono annate più instabili ma è facile prevedere che l’acqua diventerà una risorsa sempre più critica anche in vigna. Di riflesso, le normative sulla sostenibilità diverranno più stringenti nel mondo agricolo, includendo sempre più metodi e procedure legate alla tracciabilità, rispetto degli obblighi ESG (criteri Environmental, social, and corporate governance), limitazioni nell'utilizzo di fitofarmaci e delle conseguenti emissioni di gas serra.Vediamo adesso alcuni trend che potrebbero prendere piede da qui a 25 anni nel mondo del vino. Il consumo globale diminuirà: già nel 2025 si è bevuto meno vino dell'anno precedente, arrivando a 208 milioni di ettolitri, il livello più basso dal 1957 secondo dati OIV/Reuters. Potrebbe invece crescere il consumo di vini meno alcolici o addirittura privi di alcol. Aumenteranno anche i consumi dei vini più pregiati, in particolare quelli con marchio DOC, DOCG o IGT.In questo contesto le tecnologie e la genetica avranno un ruolo importante nel preservare alcuni vitigni o rinnovare alcune coltivazioni del passato. Per un’area di grande attrazione come l’Italia, sarà probabilmente fondamentale insistere sull’enoturismo per aggregare l'esperienza legata alla visita di un luogo con la degustazione di un buon bicchiere.Come cambierà la “forma del vino”Facciamo uno zoom sul nostro Stivale. Lorenzo Ciccarese, responsabile dell'area per la conservazione delle specie e degli habitat e per la gestione sostenibile delle aree agricole e forestali dell'Ispra, si è occupato proprio del futuro del vino in Italia. Dai suoi studi emerge che, a causa del riscaldamento globale, i grappoli – in Italia come all’estero – passeranno velocemente dal germogliamento alla maturazione, con il risultato che si arricchiranno di zuccheri mentre perderanno aromi e acidi organici. Questa causa indurrà un cambiamento nel settore vitivinicolo italiano, che si arricchirà di vini più “robusti”, quindi meno freschi, vivaci: per usare un termine del settore, meno “beverini”.Mentre le aree più calde del Paese potranno scontare più gravemente questo cambiamento produttivo, in Italia molte zone di alta collina potrebbero diventare adatte alla vite o a nuove varietà che prenderanno il posto di altre non più adatte al nuovo clima. Ad esempio, in Valtellina la fascia più alta per la coltivazione del nebbiolo (600-800 metri) potrebbe diventare presto la zona dei “cru” dei vini Sassella e Inferno che oggi stanziano tra i 400 e i 500 metri. Mentre “le regioni a clima caldo-arido (Pantelleria, Salento) potrebbero essere totalmente spinte al di fuori dell’area di coltivazione della vite”, spiega Ciccarese.Ecco perché, spiega il ricercatore, nella regione mediterranea la vendemmia avviene già da una decina d’anni con un mese di anticipo rispetto al passato. Ad esempio, “nel Barolo, nel 2017, complice una prolungata siccità, la vendemmia è avvenuta in agosto. E in Puglia, l’aumento della temperatura media registrato negli ultimi cinquant’anni (pari a circa 1°C, ndr) ha prodotto un accorciamento di tre settimane del periodo che intercorre tra la fioritura del grappolo e l’inizio dell’invaiatura”.Per entrare nel dettaglio, Wired ha contattato direttamente alcune case produttrici grazie al supporto di Coldiretti. “Nell’ambito delle passate annate agrarie, alle nostre latitudini, è stato possibile osservare un susseguirsi di eventi climatici inusuali, in cicli discontinui e svincolati dai modelli previsionali”, spiega Antonino Santoro, enologo e direttore tecnico di Donnafugata che produce i suoi vini in Sicilia. “Il rischio è pensare che sia solo un problema di temperatura. In realtà riguarda acqua, suolo e cicli fenologici” racconta Marta Cotarella, amministratore delegato della casa di famiglia, che produce invece tra Lazio e Umbria.“Il cambiamento è già in atto: più zuccheri, meno acidità, maturazioni anticipate. Su varietà come il Merlot o il Cabernet Sauvignon si rischiano vini più alcolici e meno freschi. Su bianchi come il Grechetto, invece, la sfida sarà preservare tensione e aromaticità. Non è detto che il vino “peggiori”: cambierà stile e per questo servirà un’attenta gestione agricola ed enologica per renderlo comunque allineato al mercato. Il vero rischio è perdere identità territoriale se non si interviene in modo consapevole”. Nel cuore della Maremma Ettore Arturo Rizzi, responsabile di produzione della Fattoria Le Pupille, ha una visione dinamica e puntuale sulle problematiche e le soluzioni: “Ogni anno aggiungiamo o togliamo pratiche per andare incontro all’andamento stagionale. Il 2050 in termini temporali è una data lontana ma vicinissima. La vite con la sua grande resilienza troverà sempre un modo. Avere modelli di riferimento può aiutare ma poi ogni vigneto avrà la sua dinamica”.Quali soluzioni per non perdere varietà?Aumentare il precision farming per ottimizzare le risorse idriche e rendere le cantine più tecnologiche. Sviluppare varietà autoctone più robuste e portinnesti tolleranti alla siccità. Trovare metodi per raffreddare il microclima del vigneto. Salire di quota e rivedere i disciplinari di produzione di DOC e DOCG, oggi molto rigidi. Sono queste le soluzioni principali per contrastare i fenomeni climatici che investiranno la produzione vitivinicola italiana. Attraverso i dati diretti raccolti da Wired ci sono visioni integrative rispetto a queste soluzioni, altre volte invece sono contrastanti: crescere una vigna e produrre un buon vino è un processo culturale, che dipende anche da scelte dettate da sensibilità diverse degli operatori come spiegava Rizzi.Partiamo dal Consorzio Franciacorta, pensando ai vini Franciacorta, Sebino e Curtefranca. Flavio Serina, responsabile tecnico del Consorzio che ha supportato la nostra inchiesta nella rilevazione dei dati afferma che le sperimentazioni che stanno portando avanti “sono indirizzate a limitare l’effetto dei cambiamenti climatici sulle caratteristiche dei nostri vini. La scelta di puntare su Erbamat, varietà tardiva con grande capacità di mantenimento del livello acidico e basso accumulo zuccherino è in questa direzione”. Il Consorzio lombardo dal 2022 punta al miglioramento genetico, in particolare con la creazione di nuove varietà per la produzione di Franciacorta DOCG attraverso i genotipi Erbamat, oggi coltivati in un vigneto sperimentale.Obiettivo del Consorzio è contenere il grado alcolico, mantenendo buoni valori di acidità e basso pH per tutelare la freschezza del vino. Nel frattempo, le aziende del Franciacorta da diversi anni privilegiano vigneti posti ad una maggiore altitudine, ma questa, ammette Serina, “è una soluzione non risolutiva avendo a disposizione un territorio di superficie limitata”.Rizzi della Fattoria Le Pupille ha una visione diversa sul tema: “Il cambiamento climatico è e sarà il vero challenge, ma questo non deve portarci a fare ragionamenti illogici, come piantare varietà ibride o resistenti, ciò può risolvere in parte ma non deve andare a cancellare ciò che è il nostro patrimonio culturale e ampelografico”. Lo stesso vale per la vendemmia anticipata che produce vini con “acidità scorrette, tannini non maturi, sensazioni sgradevoli all’assaggio. E un vino sul quale poi bisognerà lavorare costantemente per sottrarre e provare a eliminare i problemi”. La casa toscana predilige una gestione tradizionale: “La dealcolazione tramite macchine è una tecnica che ripudiamo poiché va a cambiare la natura fisico chimica di ciò che abbiamo prodotto con tanta fatica e passione”.Cambieranno anche le maturazioni fenoliche: "Si farà sempre più fatica ad arrivare alla maturazione ‘perfetta’, ma al contempo si cercherà in ogni modo possibile e sostenibile di arrivarci”, conclude Rizzi.Marta Cotarella affronta invece il tema della diversificazione dei territori coltivabili: “Spostarsi in quota è una leva, ma non una soluzione universale: più altitudine significa anche maturazioni irregolari e rischi agronomici diversi. Ha senso valutare nuovi appezzamenti con maggiore escursione termica e disponibilità idrica, magari in aree collinari interne dell’Umbria o zone limitrofe del Lazio".E su questo aspetto invita a una coesione di filiera per non disperdere investimenti necessari alla resilienza del vino: “Occorre supporto tecnico sulla ricerca delle varietà, agronomia di precisione e gestione dell’acqua, oltre a strumenti finanziari per investimenti a lungo termine. Fondamentale anche l’accesso a dati climatici e modelli previsionali. Senza una rete tra imprese, università e istituzioni, il rischio è investire male più che investire poco”.Santoro dell'azienda Donnafugata, il produttore più a Sud interpellato da Wired e quindi il più esposto alle problematiche indotte dal global warming, descrive nuove soluzioni tecnologiche: “Abbiamo iniziato a usare e distribuire dei corroboranti come il talco in grado di creare una barriera fisica sui tessuti vegetali che, da una parte coadiuva la regolazione dei flussi di traspirazione in momenti in cui la presenza di acqua nel suolo è sicuramente deficitaria, e dall’altra crea un barriera riflettente in grado di attutire gli effetti negativi di un intenso irraggiamento solare”.Anche per Santoro una soluzione funzionale rimane spostare in avanti la vendemmia: “Le nostre contromisure mirano a spostare sempre più avanti nell’anno il periodo delle potature per superare una fase calda sempre più lunga e tentare di arrivare indenni da ritorni di freddo in inverni sempre più brevi. Oltre a questo, si operano scelte sempre più oculate nella selezione delle varietà e, in seno alle varietà, di cloni con caratteristiche che meglio sposano le bizzarrie attuali e prevedibili del clima”.Bisogna muoversi, e presto. Che si tratti di spostare i vigneti, di adottare soluzioni genomiche, di rivedere tempi di vendemmia. Gli operatori italiani hanno bisogno di dati e supporti tecnici, di interazioni con centri di ricerca e di sinergia maggiore con i propri distretti e con le istituzioni territoriali. Anche salvare il vino italiano richiede una transizione in capo ai produttori e una trasformazione del prodotto. Ma bisogna cominciare a muoversi adesso per arrivare pronti al 2050.
In vino veritas, cosa ci racconta il vino della trasformazione climatica in corso
I cambiamenti climatici stanno trasformando le vigne del Belpaese, in questo episodio di Italia 2020 andiamo alla scoperta delle tecniche agronomiche, delle nuove altitudini e del cambiamento del periodo della vendemmia. Che vino ci attende?










